Arabia Saudita. Le donne twittano per la loro libertà

Il divieto di guidare l’auto non è più la regola più vincolante per le cittadine dell’Arabia Saudita. Il primo posto delle limitazioni spetta ancora alla tutela maschile (o male guardianship) che secondo l’ong statunitense Human Rights Watch rappresenta «l’impedimento più significativo alla realizzazione dei diritti delle donne nel paese». Con questo sistema che le relega allo status legislativo di un minore, le donne non possono prendere l’aereo, iscriversi a scuola, aver accesso alle cure mediche, aprire un conto in banca o affittare un appartamento senza il permesso di un “guardiano” (solitamente il padre, il marito o anche un figlio). Nel video con cui gli attivisti americani hanno sensibilizzato il mondo a questa violazione dei diritti umani si vede una chirurga saudita che in sala operatoria riceve un sms con l’invito a un convegno internazionale. Per poterci andare deve prima chiedere il permesso al figlio, che sdraiato sul divano a giocare alla playstation, non le risponde affatto.

Incoraggiate da Human Rights Watch molte donne dell’Arabia Saudita da qualche mese stanno uscendo alla scoperto per chiedere l’abolizione della tutela maschile. «Vogliamo esser trattate da adulte», dice Aziza al Yousef, una delle promotrici della petizione Twitter #IAmMyOwnGuardian (Sono la guardiana di me stessa). E mentre alcune connazionali hanno pubblicato a proprio rischio e pericolo selfie con messaggi del tipo “sono una prigioniera e il mio crimine è essere una donna saudita”, Aziza (nella foto) è andata di persona, coperta con l’abaya fino ai piedi, la tunica nera obbligatoria in pubblico, a consegnare i moduli firmati alla corte reale di Riyad. Più di 14.500 mila firme raccolte online. «Non è la prima volta che solleviamo la questione – ci dice via Whatsapp Aziza al Yousef. Già nel 2009 e nel 2013 inviammo una lettera al re». Senza ottener risposta. In realtà il governo ultimamente sta avviando alcuni cambiamenti a favore dei diritti delle donne: dalla legge che punisce la violenza domestica all’ampliamento degli ambiti in cui alle donne è permesso lavorare. Anche se per alcuni osservatori stranieri si tratta di passi frammentari, compiuti per lo più per rispondere alle pressioni della comunità internazionale (nel 2000 l’Arabia Saudita ha ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne) «nessuno sa quando le nostre richieste otterranno risposta – dice – ma noi non disperiamo. Perché senza speranza non si vive».

Aziza al Yousef
Aziza al Yousef

Qualche dato


Quanti sono. La popolazione saudita è di quasi 29 milioni. Gli uomini
superano del 30 per cento le donne in tutte le fasce d’età (dati Onu 2013).

Istruzione. La percentuale di donne tra gli iscritti nell’istruzione pubblica e
nell’istruzione pubblica superiore è pari al 48% del totale degli studenti (fonte:
sito dell’ambasciata arabia-saudita.it). L’ingresso delle donne all’università è
stato possibile dal 2004 e solo per la facoltà di Legge. Nel 2008, le prime
laureate, che però fino al 2013 non hanno potuto esercitare la professione.

Lavoro. Nonostante la preparazione accademica circa 5,8 milioni di donne
non partecipano alla forza lavoro. Le donne che lavorano sono 1,2 milioni, gli
uomini quattro milioni e mezzo (dato 2015 dell’Ufficio nazionale delle
statistiche).

Sport. Le autorità saudite hanno eliminato per la prima volta il divieto per le
donne di partecipare alle Olimpiadi inviando a Londra 2012 due atlete
(accompagnate dai rispettivi padri). A Rio 2016 le atlete sono state 4, ma nel
paese rimane il divieto per le donne di praticare sport

Votazioni. Nel 2015 si sono potute iscrivere alle liste elettorali, per un seggio
nei consigli comunali, 130mila donne (su un elettorato di un milione e mezzo
di persone). Le candidate sono state 900 (su 7.000). Venti di loro sono state
elette.

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