Immobilità sociale, accumulo familiare e tossina della paralisi. Riflessioni

A proposito di privilegi ancora mi ricordo di una giornalista televisiva che negli anni ’80 disse con sommo sprezzo dell’opportuno: “È vero, sono arrivata in tv grazie al politico tal dei tali, ma poi mi sono mossa sulle mie gambe”. E ci mancherebbe! Chissà quanti altri avrebbero fatto come e meglio di lei se avessero avuto un egual lasciapassare. Erano gli anni in cui frequentavo uno dei licei più quotati della capitale, fosse anche solo per la vicinanza ai palazzi del potere e alle storiche abitazioni di chi lo deteneva. A tavola con la famiglia blasonata del mio fidanzato del tempo non mi riusciva d’intercettare le foglie d’insalata, asciugate e lievi come piume. Ero così in imbarazzo che per fare in fretta la misticanza dall’insalatiera d’argento sorretta da un cameriere in guanti bianchi planava rigorosamente sul pavimento anziché nel piatto. Alcuni miei ex compagni di scuola ricoprono posti che contano (uno mi sveglia con la rassegna stampa alla radio!) ma altri contano così tanto che risultano quasi invisibili, eminenze grigie sconosciute alle cronache. Benvenuti nel paese che fa della diseguaglianza sociale un aspetto inevitabile. Va così. Sembra quasi inutile ribellarsi. Parlando del girone infernale della precarietà, per esempio, il giornalista Alessandro Gilioli scrive nel suo blog sull’Espresso: «New e old economy accomunate dalle stessa corsa al ribasso, con i dipendenti privati dei diritti più elementari (…) con paghe da sussistenza, che spesso spariscono del tutto in caso di malattia o maternità. E sullo sfondo, le risposte arroganti e sempre uguali delle aziende: “Nessuno li obbliga a lavorare per noi”. Come se la sopravvivenza non fosse un obbligo». Nessuno a calmierare il mercato del lavoro. «Una fuga dalle responsabilità – conclude Gilioli – chissà se dovuta a insipienza o piuttosto a complicità con la ristrettissima minoranza che di questa assenza si è giovata, accumulando miliardi e impoverendo tutti gli altri».

«In una società come la nostra in cui i guadagni economici sono concentrati al vertice non ci sono veri vincitori ma una moltitudine di perdenti», scrive Elisabeth Kolbert sul New Yorker nell’articolo “La psicologia della diseguaglianza”. Sottotitolo: i ricercatori scoprono che gran parte del problema dell’essere poveri deriva dal sentirsi poveri. Sentirsi poveri infatti ha conseguenze che vanno ben oltre il sentimento. Le persone che si considerano povere prendono decisioni in genere peggiori. Chi è povero per esempio s’impegna in comportamenti più rischiosi (si pensi al gioco d’azzardo) motivo per cui è più facilmente povero. Per la Kolbert ciò che ci farà sentire tutti più ricchi «non è una maggiore ricchezza, ma una maggiore equità». Aggiunge un tassello il giornalista Federico Fubini in La maestra e la camorrista. Perché in Italia resti quello che nasci (Mondadori) quando scrive: «La grande differenza tra la scuola dei poveri e quella della borghesia del nord è il tasso di fiducia. In sostanza più sei immerso in un contesto di successo, più ti fidi. E viceversa. Diffidare invece secerne la tossina della paralisi». E «quando l’ascensore sociale si congela in una glaciazione semipermanente, le persone smettono di crederci. Smettono di credere agli altri. Non ci si fida più, si finisce per convincersi che la vita sia un gioco a somma zero nel quale ogni fiorino, ogni briciola, ogni centimetro di terreno di guadagno è sempre un fiorino, una briciola, un centimetro sottratti a qualcun altro». Quando è così, prosegue Fubini «le persone si convincono che è più sicuro trasferire le risorse fuori dall’azienda e verso il nucleo duro della famiglia». L’accumulo familiare «secerne autoprotezione al posto dell’audacia, nuova immobilità sociale e dunque ancora meno fiducia degli uni negli altri». Paralisi contro paralisi, i poveri perché sfiduciati, i ricchi perché preoccupati.

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