A 40 anni dalla legge 194. A 33 dal mio aborto

Premessa. «Chiamami al numero fisso dell’ospedale perchè nel seminterrato il cellulare non prende». Così mi aveva intimato la dottoressa Giovanna Scassellati quando sul finire di un convegno sulla contraccezione gratuita alla Casa Internazionale delle donne di Roma qualche mese fa le chiesi improvvidamente il numero di telefono. «Abbiamo tante cose di cui parlare», le dissi con ingiustificato entusiasmo incappando nel suo sguardo azzurrissimo e indagatore. Salvo pentirmene immediatamente. «Che mi devi dire?». «Niente di preoccupante, solo qualcosa di personale».

Giovedì scorso mi decido a chiamarla. È la responsabile del “Day Hospital-Day Surgery 194” dell’ospedale San Camillo di Roma, il reparto con il record d’interruzioni di gravidanza nella capitale (2.133 nel 2016) e approdo per migliaia di donne da tutto il Lazio dove oltre l’80% dei ginecologi è obiettore. «Se vieni subito parliamo, altrimenti…», dice perentoria al telefono. Nessun problema. Conosco la strada. In motorino arrivo in 20 minuti.

Venti minuti e 33 anni dopo

Avevo 17 anni quando abortii in quel reparto accogliente come uno scantinato. E no, non era stata una mia impressione di ragazzina disperata, è proprio «una vergogna» come continua a dire la dottoressa che mi aspetta al piano terra del reparto di Ginecologia e Ostetricia nella stanza “Mutilazioni genitali” («Non lo sai? Le donne di cui attesto la mutilazione hanno diritto allo status di rifugiate. Prima avevo anche la segretaria»). Ha 65 anni, ma ha firmato per rimanere in servizio fino ai 70, un marito e due figli («il primo fa il fotografo a New York, la seconda studia veterinaria») e un piglio risoluto di chi porta sulle spalle il peso di un’ostinata passione («come donna non puoi obiettare. Soprattutto se hai scelto ginecologia dove il 40% del lavoro consiste in aborti spontanei o procurati»). È figlia d’arte: sua madre ha fatto nascere tre generazioni di romani all’ospedale Sant’Anna. È stata lei a insegnare alle giovani specializzande come praticare aborti anche prima dell’entrata in vigore della legge 194, 40 anni fa, mi racconta. Se solo le avessi conosciute prima, penso. Invece. Invece a norma di legge, accompagnata dai miei genitori come Pinocchio con i gendarmi, mi recai in ospedale dove vige ancora (come nella società, del resto) il pubblico ludibrio. Provare per credere. Per accedere al reparto Ivg, interruzione volontaria gravidanza, oggi bisogna scendere una scala metallica con i gradini a graticola che lasciano scorgere il pavimento in basso e danno le vertigini. Sempre meglio di prima, all’interno del reparto maternità. Da un lato c’è un’impalcatura che recinge un pezzo di muro crollato da due anni e mozziconi di sigaretta che nessuno pulisce. I vetri della porta d’ingresso al reparto sono scuri e specchiati. Se non ci si avvicina per guardare dentro sembra dismesso. Quando spingi la maniglia (che s’inceppa) sedute nel corridoio d’attesa ci sono le donne che aspettano la loro sorte. Evitando di fissarle ho notato che erano tutte giovani e in alcuni casi accompagnate dai rispettivi ragazzi. Mi è sembrato un buon segno.

«Ecco quelli che non usano la contraccezione», dice la dottoressa passando. Nonostante sia burbera, le sue parole non mi suonano come un giudizio, ma quasi una battuta per smorzare la tensione. Nel giro di perlustrazione che la dottoressa mi accompagna a fare per vedere le pessime condizioni in cui lavora con altri sette medici (mattonelle una diversa dall’altra, scritte ai muri come neanche in metropolitana, squallore) vedo la stanza dove sterilizzano i ferri (soprassiedo), la sala operatoria per l’aborto chirurgico con la porta sempre troppo aperta (per la privacy rivolgersi altrove), una donna sulla barella senza cuscino e il reparto più nuovo e pulito per l’aborto farmacologico (purtroppo solo per 8 posti). Fin lì mi sono tenuta il mio segreto. Pensavo avrebbe interferito sulla nostra conversazione/intervista. Ma quando torniamo nella sua stanza, tra una domanda di rito e le rimostranze della dottoressa («il nostro lavoro è considerato di serie B, ma siccome io non mi ci sento vado avanti lo stesso»), Giovanna Scassellati mi dice “Sai che c’è? Contro questo movimento anti-abortista che arriva da lontano (dall’America di Trump dove però anche prima i medici abortisti erano minacciati di morte) dovremmo raccontare tutte di aver abortito».

A quel punto glielo dico. «Io l’ho fatto, proprio qui». «C’ero già io?», chiede finalmente umana. «No, purtroppo», dico. Sono tentata dal chiederle se conosce chi c’era prima di lei, quel dottore che al momento di estirparmi il tampone essiccato brandendo una pizza gigante disse a mia madre: “la prossima volta la faccia giocare con le bambole”. Avevo giurato di tornare a scovarlo, una volta adulta. Ma come Mildred Hayes madre furiosa della ragazza stuprata e uccisa di Tre manifesti a Ebbing, Missouri che in bilico fra giustizia e vendetta non trova di meglio che far affiggere tre manifesti giganti in cui si rivolge direttamente allo sceriffo (“Violentata mentre moriva, ancora nessun arresto, come mai capo Willoughby?”) la vendetta serve per tenerti in vita fino a un preciso momento. Quello in cui ti accorgi che in realtà ti ha inchiodato alla morte. Molto meglio una gita in auto (come nel finale aperto del film), con accanto il poliziotto violento ormai redento, piuttosto che un’altro omicidio.

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