Carla e la sua bella buffa famiglia italiana

Siracusa, luglio 2013. È l’anno in cui l’arrivo di minori non accompagnati (o Msna) dall’altra parte del Mediterraneo diventa emergenza. «All’inizio – racconta Carla Trommino, 40 anni, avvocato immigrazionista di Siracusa – «venivano portati alla famigerata “scuola verde” di Augusta, un edificio abbandonato dove a centinaia rimanevano stipati senza un custode notturno». Tra loro c’era chi ha viaggiato sotto “un corpo morto”, chi è stato imbarcato a forza da trafficanti armati fino ai denti sapendo già che con quelle onde alte il viaggio sarebbe stato un suicidio. La sofferenza di questi ragazzi è invisibile agli occhi: sta nel passato di una vita ai limiti della sopravvivenza, ma soprattutto in un futuro incerto che comincia dal non sapere – come molti di loro chiedono – “Perché sono rinchiuso qui? Ho commesso qualche reato?”. Impossibile aiutarli: questi ragazzini non hanno diritti. Ma poi decido che devo farmi in quattro per cambiare la situazione».

foto di Giovanni Diffidenti
foto di Giovanni Diffidenti

Restare in Sicilia
«Avevo le valigie pronte per trasferirmi a Londra dal mio fidanzato, siciliano anche lui. Cervello in fuga nel dorato mondo finanziario della City. Mi sembrava il grande salto. Finalmente avrei smesso di fare i conti con la paura di fare l’avvocato in una regione dove rischi di pestare i piedi a qualcuno». «Vengo fra un po’», continuo a ripetere al mio compagno. Litighiamo perché arrivo a far saltare le vacanze insieme». E, anche quando Carla lo raggiunge a Londra, ha la testa a Siracusa. «Penso a Lamin, originario del Gambia. Rimasto orfano, a 14 anni è stato rinchiuso per cinque mesi in una prigione di Tripoli. Per lasciarlo andare i libici volevano soldi dai suoi genitori che però erano morti. E giù botte e sevizie. Tanti hanno 16, 17 anni, altri solo 11 o 12. Identificati da un numero e una data di sbarco, rischiano di essere per sempre “bambini fantasma”. «Io grande, no bambino», è la prima cosa che dicono. Sanno che nei centri di accoglienza i minori subiscono prevaricazioni e violenze. Per questo implorano di essere registrati come adulti.

Una rete di accoglienza
Carla intuisce che gran parte dei problemi di questi ragazzi si possano risolvere con un tutore legale, un adulto, cioè, che consenta al bambino di potersi iscrivere a scuola e acquisire gli altri diritti negati. «Così fondo AccoglieRete, un’associazione di volontari con funzione di tutori con il compito di accompagnarli alle visite mediche e in questura per i permessi. E più di 50 ragazzi oggi sono accolti nelle famiglie siciliane. È la risposta migliore alla migrazione under 18. E la più conveniente: allo Stato costano 400 euro al mese, al pari di un affido, invece dei 2000 euro per le comunità. Alla fine il mio compagno, capendo quanto quest’iniziativa sia importante per me, torna in Sicilia per darmi una mano. In un primo tempo sotto lo stesso tetto siamo in tre: io, lui e Kalifa, un ragazzo 16enne arrivato dal Gambia (anche noi, una famiglie AccoglieRete). Poi dopo poco è arrivato Elia, nostro figlio che ora ha 3 anni. All’inizio con Kalifa gli facevo un sacco di domande, in pieno stile mamma siciliana. Lui abbassava lo sguardo e continuava a mangiare. Non sapevo più cosa pensare, quando una sera è sbottato dicendomi che non poteva parlare quando mangiava semplicemente perché, per la sua cultura, è segno di cattiva educazione. È bello sapere che non dobbiamo avere le stesse abitudini per sentirci far parte di una stessa bella e buffa famiglia siciliana.

originalmente pubblicato su F (n. 19 del 2015)

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