L’amante di mio padre. La figlia di Albert Camus pubblica le loro lettere d’amore

Lourmarin, Provenza, gennaio 1960. «Sono così contento all’idea di rivederti
che rido, scrivendo». Quattro giorni prima di morire, Albert Camus scrive
l’ultima lettera a Maria Casarès con cui vive una storia d’amore al
fulmicotone. Da quando 12 anni prima si sono conosciuti il 6 giugno 1944, in
una Parigi angosciata dall’occupazione nazista. Lui, 30 anni, nato in
un’Algeria poverissima e analfabeta ha da poco incendiato la scena letteraria
francese con la pubblicazione del romanzo L’Étranger, Lo straniero. Lei, figlia
21enne di un ministro spagnolo in esilio, è un’attrice irresistibile, capace di
tenergli testa. Il loro amore appassionato però non può durare. Camus è
sposato con Francine, madre dei gemelli Jean e Catherine. La lontananza
forzata con Maria («Abbiamo vissuto ore magnifiche, ma sono state a lungo
ostacolate dall’orgoglio da una parte e dall’altra», scrive lui) dura quattro anni,
fino a quando si rincontreranno per caso sempre un 6 giugno in Boulevard
Saint-Germain. «Aspetto il miracolo perennemente rinnovato della tua
presenza», ammette lei. Non si lasceranno più. Si scriveranno quasi tutti i
giorni. Fino all’incidente d’auto di quel gennaio di quasi 60 anni fa, in cui
Camus lascia la casa di Lourmarin (comprata con i soldi del premio Nobel per
la letteratura vinto nel 1957), dove ha passato le feste in famiglia, per tornare
a Parigi a bordo dell’auto nuova fiammante del suo editore. Muore a 46 anni
con in tasca un biglietto del treno precedentemente acquistato e il
manoscritto incompiuto de Il primo uomo per un’improvvisa sterzata contro
un albero (qualcuno ha anche ipotizzato l’ombra del Kgb). Qualche giorno
dopo Maria riceve, postuma, l’ultima di quelle lettere che «rendono il mondo
più grande, lo spazio più luminoso, l’aria più leggera semplicemente perché
esistono», come scrive nella prefazione Catherine Camus, oggi 73enne,
unica curatrice del patrimonio letterario del padre, quando un anno fa decide
di pubblicare in Francia il libro Corrispondance 1944-1959 (Gallimard), il
carteggio segreto di un amore irresistibile. Questo per Elle (in edicola il 20 dicembre 2018) è il suo racconto di figlia di un genio, testimone partecipe della sua vita “in rivolta”.

Dove ha trovato queste 865 lettere?
Alla morte di mio padre un suo amico, il poeta René Char, restituì a Maria le
lettere che lei gli aveva scritto. All’inizio degli anni ’90 poi, quando già
eravamo in contatto, mi chiamò per dirmi che intendeva vendere le lettere.
Aveva bisogno di soldi per riparare il tetto della casa di La Vergne. Ma voleva
sapere se ero d’accordo. Le risposi che se mio padre fosse stato ancora in
vita l’avrebbe senz’altro aiutata. Poteva vendere la corrispondenza. La
mattina dopo però l’ho richiamata per dirle che avrei voluto comprarle io. Le
abbiamo fatte valutare e sono tornata a casa con una valigia piena zeppa.

C’è un motivo per cui ha aspettato 30 anni per pubblicarle? Oltre alla
scomparsa dei principali attori coinvolti…

Non ho comprato queste lettere con l’intenzione di pubblicarle, ma per
proteggerle da curiosità malsane. Quanto al tempo non c’è un motivo
particolare, ho sempre curato il lavoro di mio padre in modo istintivo. E
quando lo scorso anno ho capito che presto nessuno si sarebbe ricordato di
Maria Casares (un peccato) ho chiamato Gallimard per pubblicare le lettere.

Sua madre conosceva Maria. Che idea aveva di lei?

Sono convinta che nutrisse rispetto, stima e direi anche affetto per Maria.
Sapeva che mio padre non sarebbe sopravvissuto alle tempeste che ha
attraversato (dalle ricadute della tubercolosi all’isolamento da parte di alcuni
intellettuali francesi, ndr) senza la presenza di Maria.

Che effetto le ha fatto leggere di eventi familiari (banalmente, il Natale in
famiglia) nelle pagine scritte da suo padre all’amante?

Nessun effetto. Penso che sia normale che le abbia parlato della sua vita
familiare…
Da bambina ha mai avuto l’impressione che suo padre avesse una
doppia vita?

Avrei dovuto sapere cos’è una doppia vita!

Com’era il “suo”Albert Camus?

Era mio padre e gli volevo bene. E poi, sembrava felice che io fossi lì.

Che effetto le faceva il potere seduttivo di suo padre?

Ne subivo io stessa il dolce incantesimo.

A voi figli vi ha educato con poche regole: nessuna menzogna, niente di
superfluo. Ma un tradimento non è in fondo una bugia?

Non mi piace la parola tradimento, che mi sembra sproporzionata nella
maggior parte delle relazioni umane. Tradisci il tuo paese, non tradire tua
moglie. Mio padre ha parlato quasi subito di Maria a mia madre. Pertanto non
è stata neanche una menzogna. Per quanto riguarda me e mio fratello,
invece, all’epoca i bambini non erano coinvolti nella vita dei loro genitori, il
che fu una fortuna. Ho saputo di Maria solo dopo la morte di mio padre.

Com’è stato il suo primo incontro con lei?

Mia madre è morta il 24 dicembre 1979. Ho conosciuto Maria nel gennaio
1980 a Nizza dove vivevo quando lei venne in tournée al Grand Théâtre. Le
lasciai un biglietto nel foyer con su scritto “mi piacerebbe incontrarla, ma
capisco se non vuole vedermi”. Mi ha chiamato subito e abbiamo passato un
pomeriggio a parlare e mangiare cioccolato sul letto della sua camera
d’albergo, come se ci conoscessimo da sempre. Siamo rimaste in contatto
fino alla sua morte.

Secondo lei è possibile amare due o più persone allo stesso tempo?

Dipende dalle persone. Alcuni possono e altri no. La vita è molto più ampia e
complessa dei nostri piccoli riflessi borghesi. Tanto meglio, così non ci si
annoia!

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