Prima o poi. Destinazione Marte. Come ci si vivrà?

Aggiornamento 26 maggio 2020

Alla vigilia del primo volo spaziale commerciale della Nasa che punta alla Luna e poi a Marte ho aggiornato quest'intervista del 2016 su come vivremo sul Pianeta Rosso

Missione a rischio capitale umano o destinazione inevitabile? Con le conoscenze attuali un viaggio su Marte è un’ipotesi prematura ma non impossibile. Anzi. Quattro anni fa è partito il progetto ExoMars, conquista in due atti del Pianeta rosso, in cui una sonda rilascerà sul suolo marziano due rover, veicoli comandati a distanza. Il primo per studiare le tecnologie di atterraggio e il secondo con il compito di prelevare campioni di terreno per cercare tracce di vita nel sottosuolo, dopo che la Nasa ha evidenziato presenza di acqua sul pianeta rosso. E mentre l’agenzia spaziale americana dovrà ritoccare gli standard di sicurezza per stare al passo con le agenzie private che già propongono viaggi marziani, c’è chi sogna di mettere piede un giorno sul pianeta a noi più vicino. Tra questi, l’ingegnere aerospaziale Chiara Cocchiara che lavora all’Eumetsat, l’organizzazione europea per il controllo dei satelliti meteorologici a Darmstadt in Germania. È lei, nata a Gela 32 anni fa, l’unica europea ad aver preso parte nel dicembre 2015 al programma MDRS, Mars Desert Research Station nel deserto dello Utah. Quindici giorni in missione su una navicella spaziale della Mars Society, prototipo di quella che un giorno potrebbe approdare su Marte. In attesa di risolvere alcuni problemi tecnici-scientifici, in primis il viaggio di ritorno, ecco dal racconto di Chiara cosa aspettarci da un futuro “trasferimento” su Marte.

Quanto tempo ci vorrà per arrivare?

Sei mesi per andare e altrettanti per tornare. Una missione non può durare meno di un anno e mezzo. Con tutte le conseguenze di una permanenza prolungata nello spazio.

Sarà dura vivere su Marte?

Dovremo fare i conti con la nostalgia di casa (il Pianeta rosso dalla Terra dista 56 milioni di chilometri) e con la microgravità pari a circa il 38% di quella terrestre: i muscoli si atrofizzano e le ossa s’indeboliscono. Per non parlare del razionamento delle risorse vitali come cibo, acqua e ossigeno.

Che cosa mangeremo?

Inizialmente le scorte di alimenti disidratati portati dalla Terra. Per esempio io sono riuscita a fare anche la pizza con la salsa di polvere di pomodoro. Poi però bisognerà ingegnarsi a coltivare qualcosa, come fa il personaggio di Matt Damon nel film Sopravvissuto – The Martian che riesce a far crescere patate in una serra. Ma prima ancora di capire quale tipo di piante potranno attecchire stiamo ancora verificando se gli escrementi umani (che su Marte si fanno in un sacchetto di plastica) siano in grado di fertilizzare il terreno.

Che tempo farà?

Un freddo terribile. La temperatura media su Marte è di -60°C, con un’escursione termica tra -140 e +20 °C.

Come ci vestiremo?

Con normali vestiti invernali all’interno delle “abitazioni”, mentre all’esterno (per le Extra Vehicular Activities) con tute spaziali pressurizzate. Se la tuta infatti si aprisse o perdessimo semplicemente un guanto, a causa della pressione atmosferica di Marte (circa l’1% di quella terrestre) sarebbe un vero disastro: tutti i liquidi corporei evaporerebbero all’istante, e ci esploderebbero occhi e timpani.

Costruiremo condomini extraterrestri?

I progettisti stanno già pensando a insediamenti di capsule marziane in cui ricreare un’atmosfera artificiale simile a quella terrestre. Il prototipo è circolare con un diametro di 8 metri, su due piani. Al piano terra ci saranno l’armadio delle tute e il laboratorio per le ricerche, sopra le micro-stanze singole (ma se qualcuno russa si sente) in cui si potrà dormire in un sacco a pelo su un materasso, e un’area comune per il tempo libero. Gli astronauti lavorano con ritmi pressanti dalle 7. 30 alle 22. Poi giocano a scacchi e guardano film. Ma niente internet, purtroppo!

Andremo a passeggio fuori?

Senza un adeguato equipaggiamento è impossibile uscire all’aperto perchè si è sottoposti a una continua pioggia di radiazioni, e non c’è aria per respirare: per produrre le necessarie condizioni di ossigenazione ci vorranno almeno diecimila anni! Per una passeggiata spaziale bisogna accontentarsi dell’ossigeno fornito dalle bombole, con un autonomia di due ore.

Useremo gli smartphone?

A causa del ritardo di internet di circa 40 minuti tra domanda e risposta è praticamente impossibile chattare o telefonare. A eccezione dei 500 megabyte al giorno con cui ogni sera gli astronauti devono comunicare alla base lo stato delle ricerche sul campo e soprattutto il livello delle risorse, come acqua e gas. Per evitare di rimanere senza.

Ci si può fare la doccia?

Sì, anche se l’acqua rimane una delle risorse più preziose, in assenza di una tecnologia capace di estrarre quella trovata nel sottosuolo. Per non sprecarla c’è un sistema a circuito chiuso che, come nella Stazione spaziale internazionale, ricicla e purifica l’acqua delle docce. Insieme alla pipì e al sudore che poi si possono anche bere. Durante la simulazione nel deserto dello Utah, per esempio, ho fatto una doccia di 3 minuti a settimana. Mentre per evitare di lavare i piatti li abbiamo rivestiti con la carta argentata che, appallottolata, occupa poco spazio.

Inquineremo anche il Pianeta rosso?

Inizialmente i rifiuti si riporteranno sulla Terra, deidratati e congelati. Poi come accade sul nostro pianeta anche su Marte si scaveranno delle discariche dove sotterrarli.

Avremo paura una volta insediati?

Sì, delle stesse cose che temiamo qui sulla Terra: il dolore e la morte di una persona cara. Come abbiamo sperimentato durante la simulazione, passando da 7 a 4 persone, la morte di uno o più compagni può avere un forte contraccolpo emotivo (depressione, stress, insonnia) in chi rimane. Mentre se accadesse qualcosa a un familiare, alla sofferenza per la perdita si sommerebbe l’impossibilità di tornare a casa in tempi brevi. Non solo, in caso di qualsiasi tipo di emergenza, dall’otturazione di un dente a un ingranaggio che salta, nessuno può venire a salvarti! Non prima di sei mesi, almeno.

Originalmente pubblicato su
Donna Moderna 11/2016

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *