Iran. In sella a un divieto

La motociclista che non si ferma ai segnali di stop della legge islamica. C’è un paese al mondo, l’Iran, in cui nonostante la parità di genere promessa recentemente dal presidente Rouhani, alle donne è vietato salire in sella a una motocicletta (ma anche a una bicicletta!). Impossibile ottenere la patente, permessa invece per scooter, auto e addirittura bus. Non è un caso, quindi, che Behnaz Shafiei, 27anni, sia diventata un simbolo (inter)nazionale dell’uguaglianza dei diritti. A bordo della sua Suzuki 250, casco integrale e tuta tecnica, è una delle poche donne iraniane ad aver ottenuto il permesso di allenarsi sui circuiti off road, e l’unica ad aver partecipato a gare professionistiche. Il suo allenamento, tre volte a settimana, è circoscritto alle colline polverose di Hashtgerd, a 65 chilometri da Teheran, dove se casca e si fa male purtroppo non ci sono ambulanze a breve distanza, ma almeno non rischia che le requisiscono il mezzo. Cosa che invece avverrebbe se osasse partecipare alle gare ufficiali che si disputano all’Azadi Complex, paradiso sportivo per soli uomini.

Si allena sulle colline polverose di Hashtgerd, a 65 chilometri da Teheran, dove se casca non ci sono ambulanze nelle vicinanze, ma almeno non rischia che le requisiscono la moto

La passione per le due ruote – come Shafiei stessa ha raccontato in un servizio tv su Jamejam – le è nata a 15 anni quando, in vacanza con la famiglia in un villaggio povero all’interno del paese, assistette alle prodezze di una ragazza in sella a una 125cc («guardandola ho pensato: “voglio guidare anch’io una motocicletta. E le ho chiesto di insegnarmi a guidare la sua»). Incoraggiata dalla madre e dal fratello, con i primi stipendi da contabile ha poi potuto comprato la sua prima moto, una 180cc Apache, e da poco più di un anno il motocross è diventato la sua unica occupazione, grazie a insegnamento, formazione e ricerca di sponsor. Negli ultimi 15 anni questa ragazza che copre i capelli biondi con il casco molto più spesso che con il velo, ha gareggiato più volte all’estero, negli Emirati Arabi e negli Usa (in Italia, in occasione del Rides Women Festival 2015, a Milano ha chiesto di conseguire la patente, ahimé senza successo: doveva conoscere la lingua), ma è nel suo paese che vuol restare. «Spesso quando mi tolgo il casco – ha aggiunto nell’intervista tv – molti rimangono sorpresi, anche se non ho mai visto una reazione negativa. Anzi, le donne fanno il tifo per me, apprezzano il mio coraggio». Come spesso accade gli uomini sono più avanti delle loro leggi. Ed è per questo che con il pensiero fisso a Laleh Seddigh, prima donna pilota campionessa iraniana, l’ orgogliosa Shafiei continua a correre più veloce dei pregiudizi.

 

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