Desaparecidos. Ignacio Guido e le sue due identità

Buenos Aires, 5 agosto 2014. Dopo 36 anni di ricerche ostinate come solo l’amore e la disperazione Estela Carlotto annuncia il ritrovamento in vita di suo nipote Guido, nato dalla figlia Laura uccisa a 23 anni dal regime del dittatore Videla (1976-83). Estela, oggi 87enne, è la presidentessa delle Abuelas de Plaza de Mayo, il movimento delle “nonne” argentine che da trent’anni cerca i nipoti neonati sottratti alle loro madri nei campi di detenzione della dittatura e dati segretamente in adozione dai militari ad altre famiglie. Guido è uno di loro, cresciuto nella pampa da una coppia di contadini con il nome di Ignacio. Il giorno dopo la conclusione del terzo maxiprocesso più grande mai tenuto a Buenos Aires su rapimenti, torture e omicidi per mano della dittatura argentina (54 imputati, 48 condanne di cui 29 ergastoli), il più “simbolico” dei protagonisti di quella ferita aperta da più di 40 anni lo scorso dicembre è di passaggio a Roma per un concerto alla casa della Cultura Argentina.

«Quando si parla di simboli di solito ci si riferisce a persone morte (ride). Mentre io spero di vivere ancora a lungo», sdrammatizza timido questo 39enne musicista (suona il piano) compositore che risponde al nome di Ignacio Montoya Carlotto. Ma si volta anche se lo si chiama Guido. Il nome che gli diede appena nato, nel giugno del ’78, la madre ventenne segregata in un centro clandestino di detenzione e uccisa due mesi dopo dal regime militare al potere. Ignacio (Guido) è il figlio di Laura Carlotto e Walmir Oscar “Puño” Montoya, due delle migliaia di giovani attivisti assassinati in a Argentina tra il 1976 e il 1983, nonchè nipote ritrovato (tre anni fa!) di Estela de Carlotto, la presidentessa dell’Associazione Abuelas di Plaza de Mayo. Candidata al Nobel per la Pace per non aver mai smesso di cercare i figli dei figli tragicamente desaparecidos, scomparsi. 

Laura Carlotto, sua madre uccisa a 23 anni

Una vicenda da tragedia greca se non fosse l’inverosimile realtà capitata a un ragazzo cresciuto in campagna che fino al 2014 nulla immaginava del suo passato. Impossibile ricordarsi di quelle uniche cinque ore tra le braccia di mamma Laura. Difficile far combaciare l’immagine da poster rivoluzionario dei genitori con la quotidianità dei suoi affetti più prossimi. «Conosco i miei genitori biologici solo attraverso i racconti di mia nonna che per quanto dettagliati non fanno parte del mio vissuto emotivo. Certe volte la loro immagine si sovrappone a quella dei miei genitori adottivi». Quelli che fino a qualche anno fa Ignacio («mi sono sempre chiamato così e voglio continuare a usare questo nome») considerava i suoi unici genitori sono oggi due anziani contadini, Clemente e Juana Hurban, ignari fino a prova contraria di aver preso parte all’efficace genocidio messo in atto dal dittatore Jorge Videla: l’uccisione dei giovani oppositori con conseguente sottrazione dei figli appena nati per darli poi in adozione alle famiglie di militari conniventi.

Fu una vicina di casa a rivelare alla fidanzata di Ignacio il segreto che nella città di Olivarrìa, 300 chilometri dalla capitale (il posto ideale per nascondere qualcuno), tutti sapevano ma non osavano dire

Almeno fino alla morte di Carlos Anguilar, proprietario delle terre coltivate dagli Hurban e presunto anello di collegamento con gli alti gradi militari. Fu lui a consegnare il neonato alla coppia dicendo che era figlio di una donna che non voleva tenerlo. «È tutto al vaglio dei giudici, ma spero che la causa penale in corso non faccia soffrire troppo i miei genitori. Per l’amore che sento io confido nella loro innocenza», dice senza incertezze quest’uomo che non si è lasciato sviare da una vita senza più molta privacy (anche il Papa si è commosso alla notizia del suo “ritrovamento”). Da quando il test del Dna a cui decise di sottoporsi liberamente è risultato positivo. «Stavo suonavo il piano a casa quando dal Conadi, (la Commissione nazionale per il diritto all’identità che incrocia i dati con il dna delle “nonne”), mi confermarono al telefono di esser il nipote 114! (si stima che siano in tutto 500, di cui 70 cercati tuttora in Italia, ndr). La notizia fu uno shock, ma aldilà di tutti gli inconvenienti ero già pronto per quella risposta che ha chiuso un capitolo della mia vita e ne ha aperto uno completamente nuovo». Al rapporto con l’indomabile nonna Ignacio riserva un aggettivo che ripete spesso: complesso. Mentre per lei il nipote è la ragione per cui non ha avuto più bisogno del bastone per camminare.

«Ci vediamo quando possiamo, con più o meno frequenza a seconda dei reciproci viaggi. Il bello del nostro rapporto è ci rapportiamo da persone adulte ma di contro siamo una nonna e un nipote che non si sono visti per 36 anni. Purtroppo sarà più il tempo che non abbiamo condiviso che non il contrario». Con la sua vera identità Ignacio ha anche scoperto che suo padre suonava la batteria, il nonno paterno il sassofono e quello materno, Guido, era amante del jazz. Ecco (forse) da dove arriva la passione per ciò che definisce «il mio norte, il mio rifugio, il mio sforzo migliore». «Fare quel che si ama è la strada più diretta per essere felici». A dispetto di qualunque ottovolante esistenziale. (ha collaborato Andrea Domini)

originalmente pubblicato su Buddismo&Società

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