La volta che ho perso lavoro, casa e autostima. Storia di Nina

Per l’ultimo giorno di lavoro in un’emittente tv, ultima spiaggia per fulgidi conduttori al tramonto, ho anche portato dei pasticcini. Per lasciare di me una buona impressione. Pensavo si facesse così. Facevo l’autrice di un presentatore con le meches, anche se a volte mi sono anche improvvisata in ridicoli stacchetti musicali per fargli vedere che ero parte della squadra. Una squadra ridotta a due al buio della sua stanza da letto. È stato abile, ha alzato il termometro della temperatura fino a che non ho aspettato altro che rimanere sola con lui. Quando è successo una sera, in una villetta a due piani in un quartiere satellite di Milano tutto siepi e Suv parcheggiate fuori, ho capito di aver fatto una cazzata. Aveva la pelle fredda come quella di un serpente. Era muscoloso, perfettamente depilato e profumato. Quella sera rimasi, ma dopo mai più.

Al momento del rinnovo, due mesi dopo, il contratto non mi fu riconfermato. Quando il direttore, un ragazzo il cui unico merito era l’assenza di preoccupazioni nella vita, farfugliò qualche improbabile ragione mi misi a piangere. Lasciai la stanza per evitargli un problema e smettere di piangere. Ero stata licenziata per un motivo ignobile ma tutto doveva continuare a brillare. Tranne me che non mi perdonavo quella vulnerabilità. Chi se ne accorgeva e la solleticava vinceva. Pensavo di averla superata, e invece puntualmente riaffiorava. Per fortuna a quel punto avevo problemi più urgenti di cui occuparmi. Come il mutuo da pagare. Chiesi a mio padre un aiuto. Mi fece firmare un foglio alla presenza dei miei fratelli in cui m’impegnavo a restituire una somma che copriva il mutuo della casa per sei mesi. Come avrei mangiato non era affar suo e non gliene chiesi conto.

Altro che Budda, come mi vuole far credere Nichiren, sono inconsistente come una bugia, inaffidabile come chi si stringe il cappio al collo da sola. Mi vergogno di me stessa. A chi potrei raccontare che ritengo accettabile se non inevitabile ricevere un trattamento simile? È già tanto esser arrivata fin qui ingannando tutti sul mio valore. Un’impostura, evidentemente. Mi sento senza appello. Ma alla prova dei fatti è più complicato morire che vivere. Sono in ballo. Che posso fare? Una cosa semplice. Esco e vado in strada. Chiamo Maria Pia con cui ho discusso qualche giorno prima per una questione di puntualità. È metà mattina. Vado a prendere un caffè da lei, parliamo, giriamo pagina. Non ho voglia di raccontarle cosa sto passando. Penso che non ci siano parole per il gorgo in cui sono finita. E poi ho voglia di dimenticarmene almeno per mezz’ora. Scendendo le scale prima di salutarci lei mi dice: “Non ti ho più dato il numero del mio padrone di casa che mi avevi chiesto. Se vuoi ti accompagno da lui”. Il suo padrone di casa è un costruttore che possiede 500 appartamenti in città che affitta a equo canone a persone in difficoltà. Le ragazze lavoratrici autonome sono tra quelle che preferisce perché si affezionano alla casa. La segretaria mi fa compilare un modulo per la lista d’attesa – sono in tanti a volere quegli appartamenti – con inclusa la motivazione per cui voglio accedervi. “Tra poco non avrò più soldi per pagare il mutuo di casa mia”, scrivo. Sull’autobus che prendo per tornare a casa squilla il telefono: «Scusi, ma come fa a pagare un affitto, per quanto calmierato, se non ha soldi?», mi chiede una voce da uomo. Si sente che ha il sorriso tra le labbra. Sì, è vero, mi scusi. Volevo dire che… e gli spiego che se riesco a vendere casa che ho messo immediatamente in vendita e ottenere indietro i soldi del mutuo che ho già pagato potrò vivere con quelli, compreso pagare l’affitto di una delle sue case se me la darà in affitto. Sono tranquilla, come chi guarda in faccia i suoi demoni.

Il giorno dopo mentre Nicola alza le serrande di un appartamento sfitto mi dice «se ti piace, queste sono per te». Sono le chiavi del mio nuovo appartamento. Non posso crederci. «Comincerai a pagarlo non appena riesci a vendere l’altro». «Ma possono volerci mesi». «Fa niente», dice. Improvvisamente il futuro è meno buio delle mie previsioni. E mi tende la mano nei panni di uno sconosciuto che riabilita in un colpo solo tutti gli uomini umani. Non posso non saltare. Raccolgo le forze per superare il fosso del presente: riuscire a vendere casa e ritrovare un lavoro il prima possibile. Per tre mesi cerco un lavoro ma trovo solo compromessi. Per vendere casa accetto sfinita l’insistenza di due giovani agenti immobiliari. Almeno ho qualcuno con cui parlare durante le visite. Premetto “non aspettatevi da me alcuna percentuale”. Poi alla fine con uno di loro andrò fino a Vercelli a firmare il compromesso alla banca dell’acquirente, mangerò risotto agli asparagi sulla via del ritorno e sgancerò mille euro per la felicità di esser arrivata fino in fondo. Vendo la casa a 5 mila euro in meno di quanto l’ho pagata a una tipa che lavora da Prada e manda avanti la madre scagnozza per far scendere il prezzo. Fa niente, va bene così. Ho un’altra vita che mi aspetta, sa’? Con tutte quelle scelte che mi ritrovo a fare da sola ho preso coraggio. Poi un giorno, non mi ricordo neanche dove fossi, arriva la telefonata di un quotidiano nazionale per una sostituzione estiva: tre mesi pagati come fossero sei, tutto in regola. La sede è in centro, vado e torno in bicicletta. Mai estate è stata più dolce. Con la musica nelle orecchie rincaso di notte pedalando per una piazza del Duomo chiusa per ferie.

Ah, dimenticavo. Dopo più di tre anni mi arriva una telefonata da un numero sconosciuto: «Lei è la signora Tal dei Tali?». Sì, perchè? «Abbiamo riscontrato una posizione contrattuale anomala a nome suo nell’emittente Tale dei Talaltri». «Sono tre anni anni che aspetto questa telefonata…», rispondo.

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