Aborto. Questione (anche) di uomini

C’è l’ansioso che ogni qualvolta vede aprirsi una porta chiede “tutto bene?”, chi aspetta fuori giocando ininterrottamente al cellulare e addirittura chi si presenta con un mazzo di fiori. La sala d’aspetto del reparto per l’interruzione di gravidanza è uno spaccato interessante per capire il coinvolgimento degli uomini in tema di aborto», racconta il dottor Stefano Vitali, dirigente medico e ginecologo del “Day Hospital-Day Surgery 194” dell’ospedale San Camillo di Roma, il reparto con il record d’interruzioni di gravidanza nella capitale. L’inopportuno omaggio floreale è il segno che gli uomini annaspano in una situazione che non conoscono, che affrontano solo nel momento dell’emergenza (educazione sessuale questa sconosciuta!), da cui sono stati (auto)esclusi troppo a lungo per convinzioni culturali sintetizzabili in “sono cose da donne”. «La scarsa partecipazione che vediamo nell’accompagno maschile all’aborto (in Italia si attesta al 20 per cento, un uomo su cinque) è presente anche in altri aspetti della salute riproduttiva, come la scelta dei metodi contraccettivi o la diagnosi d’infertilità» in cui il test è ancora vissuto da alcuni come un sospetto alla loro virilità. Al San Camillo, dove all’ingresso del reparto c’è un vigilantes (l’urgenza aumenta l’aggressività di accompagnatori e pazienti) il primo colloquio per l’Ivg è aperto alla coppia, mentre gli uomini possono richiedere un consulto psicologico nelle due o tre volte che la donna va in media in ospedale prima dell’interruzione. Accade raramente, però. «Non è facile prendersi la responsabilità di un passo falso, un incidente di percorso. E mentre la donna non può sottrarsi, l’uomo…», sintetizza il dottor Vitale.

Come racconta Valerio che pur innamorato di Francesca e d’accordo con lei nella scelta di abortire, quel coraggio non l’ha avuto. «Avevo 24 anni, lei 21. Sono rimasto in auto nel parcheggio dell’ospedale il tempo dell’intervento perché nell’ospedale indicato dal consulorio ci lavorava un mio vicino di casa. Viviamo in una piccola cittadina. Non volevo che mi vedesse. Avrebbe intuito qualcosa che né io né la mia ragazza volevamo raccontare. Soprattutto ai nostri genitori cattolici convinti, per evitare che ci condizionassero nella scelta. Semplicemente non era il momento giusto. Infatti sei anni dopo ci siamo sposati e poi abbiamo avuto anche due figlie, ora adolescenti. Di quell’episodio non ho memoria o quasi. Non so lei». Metterci la faccia, testimoniare, non mandare avanti la donna solo perché non può essere diversamente: anche questo segna il grado di civiltà di una società. Di fronte all’aumento di leggi, spesso volute da uomini, che cercano di limitare la libertà riproduttiva delle donne (negli Usa diciannove Stati hanno proposto di recente una legislazione restrittiva, mentre in Italia l’attuazione della legge 194 è compromessa dall’80 per cento di medici obiettori) la domanda è: quando si tratta di difendere il diritto all’aborto dove sono le voci di amici, padri o fidanzati? Insomma, da che parte state?

«Difficile che parlino di aborto pubblicamente», dice Antonello Vanni, autore dell’unico – possibile? – libro italiano sull’argomento L’uomo e l’aborto (San Paolo edizioni. Prefazione dello psicanalista Claudio Risè), con posizioni vicine ai movimenti “pro-life” o forse sarebbe meglio dire “no-choice”, come spiega la bioeticista Chiara Lalli in La verità, vi prego, sull’aborto (Fandango).
«Mi scrivono in privato – racconta Vanni – sulla pagina Facebook del libro o si avvicinano a margine delle conferenze. Penso che tra i motivi di questo silenzio ci sia anche la marginalizzazione della figura paterna di fatto esclusa dalla legge 194/78 in cui il padre è privato di ogni decisione riguardante la vita del figlio concepito». Nell’articolo 5 infatti la clausola “ove la donna lo
consenta” antepone la scelta della donna a quella di chiunque altro.

L’alibi apparentemente perfetto per delegare questa scomoda decisione alle donne.

Anche se come racconta Stefano non sempre va così. «Quando la mia
ragazza è rimasta incinta (entrambi trent’anni, ci frequentavamo tra alti e
bassi da un anno) l’ho saputo da una email in cui mi scriveva di farmi da
parte. Avrebbe gestito “la cosa” da sola. Impreparato e confuso non opposi il
rifiuto che ripensandoci avrei voluto esprimere. Non ci mancavano le risorse
economiche, saremmo potuti andare ad abitare in un appartamento di mia
proprietà, rilanciare. Ma non ho fatto in tempo a dire niente. Pensavo che
almeno nei colloqui preliminari all’Ivg in ospedale si richiedesse la mia
presenza. Invece. Completamente ignorato. Ci siamo lasciati, dimenticati, e
quella voce che non ero riuscito a far sentire ha cominciato a tenermi sveglio
la notte. C’è chi la chiama sindrome post-aborto, un’“invenzione” degli
antiabortisti per pilotare la scelta delle donne, però qualcosa che premeva
per uscire c’era: la rabbia e l’incapacità di affrontare quella cartina di
tornasole che è l’aborto”.

Con una donna su tre che ricorre all’aborto almeno una volta, gli uomini non sono presenti per disinteresse, paura, disapprovazione?

Perché non si sentono i benvenuti o perché tenuti all’oscuro? Oltre alle testimonianze reali in Italia mancano anche ricerche e statistiche ufficiali sui co-protagonisti delle gravidanze indesiderate. Al contrario della Francia dove nel 2011 l’Ancic (Associazione nazionale dei centri di aborto e contraccezione) ha avvicinato quel 20 per cento di uomini che accompagnavo le loro donne nei reparti Ivg con un questionario. Nelle testimonianze raccolte è espressa la difficoltà di trovare il modo giusto di stare accanto alla donna. Si sentono in colpa, non sanno comportarsi con donne determinate a gestire l’aborto come propria e unica responsabilità. Spesso gli uomini sono anche trattati come un fastidio dal personale medico. «È un errore che abbiamo fatto anche noi operatori sanitari», ammette Alessandro Matteucci, ostetrico che fa parte di “Obiezione respinta”, gruppo nato da alcune studentesse di Pisa che redige una mappa digitale di ospedali, medici, farmacisti “amici” del diritto delle donne all’aborto. «Ricevo dieci chiamate al mese, di ragazze sole che non vogliono condividere la gravidanza con i loro partner, perché non è il momento giusto, non è il compagno giusto. Non sanno a chi rivolgersi e chiamano me: il numero è sulla mappa». Un supporto simile lo fornisce la rete coordinata da Federica Di Martino, psicologa del collettivo “Autodeterminiamoci” di Salerno e Elisabetta Canitano presidente di Associazione Vita di Donna Onlus,fondatrici del blog “IVG, ho abortito e sto benissimo” (sull’esempio del francesce Ivg, je vais bien merci, contro la retorica del dolore associata all’aborto. I toni sono volutamente senza mezze misure).

Leggendo i post della loro pagina Facebook in cui sono condivise, anche anonime, le esperienze di chi ha fatto ricorso all’aborto si capisce tutta la paura, lo stigma e la solitudine che affrontano ancora le donne. «Ci chiamano per avere informazioni ma anche per un confronto emotivo. Quando lo richiedono poi le accompagniamo anche in ospedale» dice la Di Martino che in un anno ha raccolto cinquanta “messaggi in bottiglia”. In un caso ha chiesto a me che scrivo (mi sono proposta in segno di solidarietà) di accompagnare al San Camillo una ragazza di 21 anni timida e spaventata. Conviveva con il suo ragazzo. Peccato che per lavoro lui lavorava lontano, mi disse per giustificare la sua assenza. Senza recriminare. Dopo una serie di messaggi, telefonate, dubbi e parole di conforto («Ma tu l’hai mai fatto? Cosa si prova?»), ci diamo appuntamento davanti all’ospedale alle 7.30. Piove. Il tempo di un cappuccino per conoscerci di persona e poi su per le scale al primo piano. Le poche sedie del corridoio sono già occupate, anche da chi sta lì per altri motivi. Rimaniamo in piedi, guardate a vista da chi passa. Nessuno parla. Lo faccio io con l’intento di sembrare due vecchie amiche. Quando la porta del reparto alle 8 in punto si apre l’infermiera mi dice tassativa: «lei non può entrare». Solo i parenti e neanche sempre. Quindi neanche il fidanzato, ci fosse stato. Ci salutiamo veloci sulla soglia. Qualche giorno dopo, quando mi scrive un “grazie” seguito da cuori su Whatsapp, mi accorgo che ha cambiato
foto: lei, il suo ragazzo e il loro bassotto.

 

Pubblicato su
Elle 6/2020

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