L’arma contro l’Isis. Le madri

Quando non hanno difeso le scelte dei loro figli le madri dei ragazzi che hanno aderito allo Stato Islamico si sono rivelate l’arma più potente contro l’integralismo islamico. Tra le prime a scendere in campo ci sono state la canadese Christianne Boudreau che, dopo aver perso nel 2014 il figlio Damian, 22 anni, ad Aleppo, ha fondato Mothers For Life, una rete di madri che su internet – lo stesso mezzo usato dai figli per cominciare la loro ‘nuova vita’  – ha lanciato appelli per farli tornare a casa. Un’altra di loro, la somala con cittadinanza svedese Saida Munye, madre di Fatima studentessa di ingegneria sposata con un reclutatore di IS, ha preso parte all’organizzazione Women Without Borders. L’associazione fondata dalla sociologa austriaca Edit Schlaffer ha creato la prima piattaforma globale antiterrorismo basata sul coinvolgimento delle donne che si chiama Sisters Against Violent Extremism (SAVE).

Le madri svolgono un ruolo fondamentale nella lotta alla radicalizzazione perchè come spiega la sociologa Schlaffer «sono le prime a individuare i fattori di rischio, conoscono gli amici dei figli e come si comportano i ragazzi a scuola o al lavoro. Quando vengono reclutati dai fondamentalisti cambiano modo di vestirsi, iniziano a criticare la lunghezza delle gonne delle amiche, rinunciano agli alcolici o a mangiare a casa se in tavola c’è il vino».

I ragazzi tagliano ogni contatto con gli infedeli che si frappongono fra loro e il jihad, inclusi i genitori

«Da un giorno all’altro spariscono nel nulla, senza il consenso dei familiari». Nel caso delle ragazze non solo vengono adescate con la promessa di un senso di appartenenza e di realizzazione secondo i valori di patria e religione ma anche, secondo Schlaffer, «sedotte da un illusorio senso di romanticismo, gli vengono promessi un matrimonio e dei figli come scorciatoia per diventare adulte e sottrarsi all’ambiente sorvegliato della famiglia d’origine». Per queste madri il percorso è tutto in salita, a cominciare dal senso di isolamento e e ostilità silenziosa del resto della società. «Molte madri di jihadisti sono convinte che avrebbero potuto fermare i figli, se solo avessero avuto più fiducia in loro stesse, più conoscenze e più sostegno», ha spiegato Schlaffer. Proprio per questo, secondo la sociologa, è importante creare un network di sostengo che permetta alle madri di condividere la storia dei propri figli senza doversi nascondere o vergognare. «La soluzione a questa minaccia sta nella capacità delle madri di reagire, al di là del senso di colpa per le drammatiche azioni compiute dai figli».

originariamente pubblicato su Vice, 2015

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