Le ragazze stanno bene. Disturbi alimentari 25 anni dopo

Il futuro in una stanza. Con le luci soffuse in palazzo signorile del centro, e la certezza di esser finalmente sulla strada giusta. Gli anni in cui 25enne ho frequentato una psicoterapia di gruppo per la cura dei disturbi alimentari mi sembravano un’altra vita (per la cronaca: da allora mangio qualsiasi cosa e il mio peso è stabile). Almeno fino a quando nei giorni scorsi non ho provato a ricontattare (20 anni fa non esisteva whatsapp!) alcune delle ragazze con cui ho condiviso quell’esperienza per sapere come prosegue la loro vita. Davvero le abbuffate compulsive e il controllo delle calorie sono un ricordo del passato? Oppure nei momenti difficili è facile ricascarci? È vero che, come dicono gli esperti, la dipendenza cambia faccia e oggetto, dal cibo all’alcol, dal superlavoro ai rapporti patologici con l’altro sesso? Tra noi ci siamo conosciute al gruppo del giovedì che uno psicoterapeuta appassionato teneva alle 7 di sera, reduci dal lavoro, l’università o dalla solitudine della propria camera. Single, laureate, disoccupate, conviventi, manager: eravamo diverse in tutto eppure ci sentivamo profondamente legate. Non tanto dal sintomo (la lotta con il cibo e con il proprio corpo), quanto per la soddisfazione di condividere uno spazio in cui poter finalmente deporre le maschere. Libere di raccontare le nostre vite in loop, incastrate come la falena e la lampadina intorno al pensiero fisso di come evitare di mangiare, vivere, e accettare i nostri inevitabili limiti. Durante la seduta prendevamo la parola a caso, sedute in circolo. Era anche il segno di come ci rapportavamo nel mondo: timide o a gambe tese, ostinate o troppo empatiche.

C’era chi parlava di diete e calorie (di solito le nuove arrivate), chi per provocazione («la terapia non serve a niente!») rimaneva in silenzio anche se interrogata, chi si vestiva in maniera seducente per far colpo sul dottore (il transfert psicoanalitico funziona anche così) e chi tirava le file dei vari interventi. Sara, nipote sovrappeso di un cantautore famoso, era vittima di abusi da parte dello zio, Giulia studiava per esami a cui non si presentava mai sfiorando i 35 chili, Michela dal peso forma apparentemente invidiabile nel tempo libero faceva la testimonial del bagnoschiuma, mentre Stefania era eccessiva in tutto, dai chili al carattere generoso, dai tacchi alle teglie di pasta al forno che nei weekend sfornava per il resto della settimana (sperando di non mangiarle e vomitarle tutte in bagno in poche ore), Gabriella bella e atletica soffriva per fidanzato fissato con gli scambi di coppia, mentre Francesca, colorata come un folletto, è stata la prima di noi a lasciare il gruppo, a detta del dottore definitivamente guarita. Nei nostri incontri non si parlava quasi mai di cibo, ma d’amore sì eccome. Nei rapporti sentimentali, infatti, non riuscivamo a mettere un confine tra noi e gli altri, esattamente come per il cibo. O troppo o niente. “Come va l’amore?” è la prima cosa che chiedo a Giulia, oggi “tranquilla” impiegata 40enne. «Dopo esser stata anoressica anche sessualmente (astinenza totale) ho cercato di recuperare il tempo perso. Ora ho relazioni saltuarie, un successo per chi fino ai 30 anni ha evitato l’argomento “sesso” perché troppo connesso con il piacere che evitavo come la peste».

Mentre frequentava il gruppo Giulia arrivò a pesare 27 chili («la situazione mi era scappata di mano e anche mangiando il corpo non assimilava più niente»). I genitori la fecero ricoverare contro la sua volontà in un grande ospedale, sottoponendola all’alimentazione forzata con il sondino naso-gastrico. «Lo odiavo», confessa. Ti faceva male? «Sì, al mio ego, che non voleva abbandonare il progetto anoressico di essere diversa da tutti gli altri, soprattutto da mia madre». Sei guarita? «Se s’intende uscire dal comportamento ossessivo-compulsivo dell’anoressia senza dubbio, ma il rapporto con un altro per me sottintende sempre domande del tipo “mi vedi?”, “ci sono?”, “cosa sono io per te?”. La vera sfida è stare insieme da persone adulte, senza creare rapporti di dipendenza». Un altro degli argomenti clou era la famiglia d’origine da cui in molte abbiamo preso le distanze per non soccombere (di solito chi manifesta un disagio in una famiglia è chi si prende carico delle problematiche di tutti gli altri).

Come Stefania che all’epoca scappò dalla Sicilia e da un padre padrone. Trasformandosi in una guerriera con un prezzo da pagare: fare l’uomo e nascondere chissà dove la sua parte femminile, accogliente, arrendevole. «Ho avuto il mio primo orgasmo a 29 anni», mi racconta. «A 33 mi sono sposata con l’uomo con cui sono stata 15 anni. Durante i quali mi sono sottoposta a 6 inseminazioni artificiali. Sono rimasta incinta 4 volte e sono morti. Pazienza sono passati anche quelli. Meglio non piangersi addosso, anche se viene giù l’idea che ti sei fatta di te nel futuro: madre e moglie». Secondo te c’è un nesso tra l’ossessione per il cibo e il ricercare con ostinazione un figlio?, le chiedo. «No, non starei ad analizzare ogni cosa, ho sempre avuto il sogno di fare una famiglia, anche prima di avere la bulimia». Oggi è in forma, viaggia spesso e fa un lavoro di grandi soddisfazioni che le ha permesso di comprarsi una casa: «Certo, quando torno mi piacerebbe trovare qualcuno, non dico di no».

Accettare il limite per me è il segno della sua guarigione. Al contrario di quando anoressiche e bulimiche pensavamo di essere invincibili, di poter controllare la vita nell’illusione di evitare la sofferenza. Non si può evitare: vale per tutti! «Certe volte mi capita di vedere madri più “fuori” delle figlie» racconta Francesca, l’unica che all’epoca aveva già una figlia. «Ostentano sicurezza e vestiti da centinaia di euro, mentre allevano figlie che non saranno mai alla loro altezza. Io la catena con mia figlia penso di averla spezzata, evitando di trasmettergli l’anoressia come stile di vita». Se non ci si cura adeguatamente, infatti, il rischio è di passare il messaggio anoressico alle figlie: più attente allo sguardo degli altri che al proprio. Francesca si è salvata grazie a «un sano egoismo» e alla passione per la musica. «Ti ricordi quanto stavo male dietro quella scrivania? Grazie alla terapia, e al sostegno di mio papà, ho capito che dovevo mettermi in gioco e vedere se effettivamente riuscivo a vivere con il mio talento». Mia figlia mi vede forte e per questo mi sfida, mi butta addosso con rabbia tutte le colpe. Ma io sono contenta di me. Potevo rimanere anoressica a vita e invece sono qui. Capace di guardare il baratro da lontano quando capita che si avvicini. Perché come dice il mio fidanzato citando un comico romano “il problema non è come uscire dalle sabbie mobili, ma come c…o ci sei finita?!”».

 

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