Repubblica Democratica del Congo. L’uomo che cura le donne. E il suo paese

Chi se non lui? Denis Mukwege, 62 anni, chirurgo che da 18 anni cura le vittime di stupri di guerra nella Repubblica Democratica del Congo ora potrebbe guidare il governo transitorio del suo paese fino a nuove elezioni, attese nel 2019. Richiesto a gran voce dalla maggior parte dei connazionali per la stima conquistata sul campo dal 1999, anno di fondazione del Panzi Hospital a Bukavu, nel nordest del paese denominato Kivu. Dove “il dottore che ripara le donne” (dal titolo del libro di Colette Braeckman, Fandango) opera tuttora decine di donne al giorno, perché la guerra in quell’angolo di Africa è finita nel 2003, ma le violenze continuano. Su bambine di tre, quattro anni stuprate da schiere di soldati (garantirebbe immortalità), adolescenti dentro cui i ribelli hanno versato soda caustica o benzina per poi accendere il fuoco, ma anche madri e donne anziane (garantirebbe immortalità). Per far conoscere la tragedia delle “sue” donne negli ultimi anni ha lanciato l’allarme alle Nazioni Unite e al Parlamento europeo, dato vita alla Fondazione Panzi con sede anche negli Usa, collaborato con attiviste di tutto il mondo, dall’attrice Charlize Theron all’autrice Eve Ensler dei Monologhi della Vagina che su www.vday.org raccoglie fondi per finanziare l’ospedale e una casa famiglia dove le donne possano «trasformare il dolore in forza». «La violenza sessuale – spiega le docteur in pochi minuti sottratti alla sala operatoria – è un’arma di guerra perché, oltre a essere pianificata a tavolino come una vera e propria strategia militare (non può essere un caso se in una notte vengono stuprate le donne di un intero villaggio), è in grado di distruggere più persone in una volta sola. Meglio di una pallottola». Quando le donne vengono violentate di fronte a mariti, figli o suoceri sotto la minaccia delle armi, si distrugge la dignità di un’intera famiglia. 

Ne ha visti tanti di orrori il dottore da quando ha visitato la prima vittima di questa sporchissima guerra: dopo averla violentata le avevano sparato nei genitali. Pensò a una tortura di guerra, ma il vero shock è stato incontrare nei tre mesi successivi 45 donne con una storia simile. Un numero che al momento è salito a 48mila donne. «Ancora oggi quando arrivano da noi molte di queste donne non hanno nulla, neanche i vestiti. Sono mutilate, contaminate dall’aids, incinte di bambini frutto della violenza, considerate strumenti di morte dalla loro famiglia. C’è chi ha attacchi di panico e incubi, chi non parla per giorni e chi aspetta solo di morire. La presa in cura comincia dall’esame psicologico. Anche per sopportare un intervento chirurgico ho bisogno di sapere se hanno abbastanza resistenza. Con un lungo lavoro di recupero sia fisico che psicologico dopo un po’ di tempo riescono a ritrovare il gusto di vivere».«Ciò che mi spinge avanti è la loro capacità di reazione» spiega Mukwege considerato un eroe nel suo paese ed eletto tra le 100 personalità più influenti del 2106 dal magazine Time. Non è una frase fatta. La determinazione delle sue pazienti ha avuto la meglio anche sulla sua paura, quando dopo l’ottavo attentato schivato per un pelo, il dottore candidato al Nobel per la Pace a gennaio 2013 ha deciso di tornare in Congo dopo solo tre mesi di esodo forzato in Svezia e Belgio.

Queste donne hanno avuto il coraggio – racconta – di protestare per il mio attacco alle autorità e sono anche riuscite a fare una colletta per pagarmi il volo di ritorno. Loro che vivono con meno di un dollaro al giorno

Una delle ragazze salvate dal dottor Mukwege. Esther, 17, con suo figlio Josue. Thanks to Panzi Foundations USA and DRC.

Chissà se anche questa volta sua moglie (e madre dei suoi 5 figli, di cui 4 femmine) Madeleine ha fatto la differenza. Lei che appena finita la specializzazione in ginecologia, quando ancora vivevano comodamente in Francia, appoggiò il marito nella decisione di tornare nella città natale di Bukavu. Perché questa è in fondo la storia di molte donne e un uomo solo: il ginecologo dalla voce suadente e dalla statura di un gigante, figlio di un pastore protestante che incredulo continua a domandarsi dove siano gli uomini in questa tragedia. Sì, i maschi: gli uomini di potere o i contadini congolesi che indifferentemente si nascondono dietro al silenzio. «Com’è possibile che gli uomini preferiscano evitare l’imbarazzo di un argomento del genere quando le donne, da cui tutti siamo nati, vengono distrutte in questo modo orribile?»

originariamente pubblicato su Gioia!, gennaio 2014

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