«Madre di tre figli, italiana, lavoro in un’agenzia di maternità surrogata»

Vietata in Italia, e terreno di acceso dibattito. La maternità surrogata (gestazione per altri, Gpa) negli Stati Uniti è iniziata da più di trent’anni, regolamentata in modo dettagliato, stato per stato. Nel 2014 circa 2 mila bambini (il triplo di 10 anni fa!) sono nati da madri surrogate, molti dei quali figli di coppie straniere. In California, per esempio, esistono decine di agenzie specializzate che seguono tutto il percorso, dalla selezione della “portatrice” disposta a portare avanti la gravidanza alla stesura dei contratti che legano gli aspiranti genitori alla madre surrogata. In una di queste agenzie lavora come coordinatrice un’italiana, mamma di tre figli avuti senza tecnica dal marito. A lei che segue coppie d’italiani interessate alla surrogacy ho chiesto di raccontare com’è questo mondo dall’interno, oltre ideologie e astrazioni. E soprattutto come ha superato le remore davanti a una materia tanto delicata e personale.

Nel 2014 in America circa 2 mila bambini (il triplo di 10 anni fa) sono nati da madri surrogate, figli per lo più di coppie straniere

«Mi sono avvicinata a questo contesto – racconta Raffaella, 42 anni – in modo fortuito. Con la mia famiglia c’eravamo trasferiti in California tre anni prima. All’inizio aiutavo mio marito nella sua attività d’import/export e mi occupavo a tempo pieno dei figli. Poi un giorno accompagnando il figlio più grande a un allenamento di calcio mi ferma il papà di un altro ragazzino. Stava cercando una persona che parlasse italiano per la sua agenzia di maternità surrogata (utero in affitto è una definizione triste che qui non si usa). All’inizio dovevo tradurre il contenuto del sito. Poi un po’ alla volta sono entrata in contatto con i proprietari, l’uomo del calcetto e sua moglie, e le remore che avevo all’inizio si sono gradualmente dileguate. Sono persone autentiche e trasparenti. Lui con origini siculo-messicane vorrebbe trattare anche i dipendenti come una grande famiglia, lei americana è più pragmatica (con una seconda laurea in Legge è una degli esperti legali più autorevoli sulla maternità surrogata). Entrambi, dopo 10 aborti spontanei, sono riusciti ad avere due gemelli grazie all’aiuto di una cugina. Da quel momento si sono licenziati dai rispettivi ruoli di manager assicurativi per occuparsi dell’agenzia.

Sede californiana dell’agenzia per la maternità surrogata dove lavora Raffaella

Ma non solo, sono diventata amica di 4 coordinatrici, 3 delle quali fanno anche le portatrici». Sul ruolo delle portatrici la questione diventa, se possibile, ancor più spinosa. Tra i sostenitori della surrogacy c’è chi afferma che è una scelta libera, un modo per aiutare donne con problemi di salute (in misura minore vi si rivolgono anche uomini dello stesso sesso) che desiderano avere un figlio. Per i detrattori invece è una nuova forma di sfruttamento, poiché nella maggior parte dei casi alla portatrice viene riconosciuto un compenso, ma nessun diritto sul nascituro (leggi qui). Inizialmente temevo di calpestare i diritti delle donne che si rendevano disponibili a portare nella pancia 9 mesi il figlio delle coppie disposte a pagare per questo. Oltre a ciò pensavo anche al dolore che come mamma si può sentire al momento del distacco dal neonato».

La legge americana affronta ogni aspetto della maternità surrogata nel rispetto di tutte le persone coinvolte. Per evitare per esempio che le portatrici si candidino per bisogno materiale le candidate devono essere economicamente autosufficienti. E per eludere ogni legame biologico con il nascituro la madre della gestazione è diversa dalla madre biologica, committente o donatrice che sia. Una decisione questa, derivata dal caso molto discusso di Mary Beth Whitehead che nel 1986 violando l’accordo iniziale decise di tenere il bambino che aveva partorito per conto di una coppia. Da quando ci lavoro nessuna madre surrogata ha avuto ripensamenti al momento del parto. Anche perché chi risulta idonea dallo screening clinico e psicologico a fare la madre surrogata (5-6 su 200) è più che consapevole del percorso che l’attende: dall’attenzione alla dieta alle visite mediche, dal tempo sottratto alle propria famiglia alla stesura di complicati report e richieste di rimborsi spese. Se chi si propone è motivata lo capisci dai dettagli. Per esempio alcune ragazze dicono di avere internet in casa e poi ti accorgi che si connettono da Starbucks. Anche quello è segno di attendibilità. Per lavoro sono quasi sempre connessa via whatsapp.

Il libro inchiesta in cui l’autrice dà voce alle madri che prestano il proprio utero per partorire figli destinati ad altri

Per via del fuso orario una volta mi è capitato di stare tutta la notte in chat con la portatrice, a cui in Arizona le si erano rotte le acque prematuramente, e la coppia di futuri genitori che preoccupatissimi in Italia volevano avere informazioni in tempo reale». Il rapporto tra genitori e portatrice dura nove mesi e anche più (c’è chi vuole mantenere il contatto con la madre surrogata anche dopo il parto) ed è una relazione complessa. «Se la coppia fa richieste troppo pressanti faccio da mediatrice, e in alcuni casi chiamo in causa la psicologa che normalmente segue le portatrici con un colloquio al mese (siamo l’unica agenzia ad avere questo servizio). Talvolta ci capita di non accettare l’incarico, come quella volta in cui una coppia di cinesi (i più abbienti scelgono la California) pretendeva di cambiare l’arredamento a casa della portatrice, per un miglior andamento della gravidanza». Lo scorso anno con l’agenzia abbiamo seguito la nascita di 152 bambini. La maggior parte delle coppie che si rivolge a noi è eterosessuale, ma i gay che sono i più esigenti sono anche i più consapevoli: sanno che non potranno nascondere a lungo ai loro figli il modo in cui sono venuti al mondo. Grazie a una donna che dall’altra parte dell’oceano…».

originalmente pubblicato su Gioia! (n. 44 del 2016)

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