Miss Globetrotter

Boston, 1894. I vincoli sociali sono rigidi come e più dei corsetti
vittoriani in cui trattengono il fiato le donne dell’epoca. In America
l’immigrazione trasforma i sobborghi delle città in una Babele di lingue
e di odori. Nelle speranze dei nuovi arrivati c’è l’ambizione del
riscatto, ma nell’immediato una vita fatta di privazioni e promiscuità.
Questo è lo scenario personale e sociale in cui si muove Annie
Kopchovsky, nata Cohen, la prima donna a fare il giro del mondo in
bicicletta. La sua storia dopo un secolo di oblio è raccontata nel libro
Around the world on two Wheels da un bis-bis-nipote, Peter Zheutlin,
che si è preso la briga di raccogliere le memorie dei parenti superstiti,
oltre agli articoli dei tanti giornali che all’epoca seguirono l’impresa
dell’indomabile pro-prozia.

Prima donna a pedalare spedita verso la propria autorealizzazione

Promoter di sé stessa, strumento di marketing virale, e poi di ritorno a casa
reporter e giornalista famosa. Aveva poco da scegliere quando,
a partire dalla parte sbagliata di Boston – il West End – dove viveva con Max,
il marito venditore ambulante, e i loro tre figli, rispettivamente di 5, 3, 2 anni,
diede un colpo di reni a una condizione tutt’altro che privilegiata.
Niente sembrava frenare la sua determinazione a partire, né il fatto che suo
marito ebreo ortodosso, dedito alla lettura della Torah più che a
lavorare, avrebbe dovuto badare ai bambini né la morte di un fratello
che ritardò solo di qualche mese la partenza. Del resto alle morti
improvvise, che rischiano di scompaginare l’esistenza, Annie era
abituata. A 17 anni perse i genitori, immigrati dalla Lettonia, a
distanza di due mesi uno dall’altra, diventando, suo malgrado, la
madre dei fratelli minori. L’anno seguente si sposò e nove mesi dopo
nacque la prima figlia. Ma quella vita di madre di famiglia le stava
stretta. Per lei che aveva avuto il coraggio di sognarlo, c’era un
mondo che stava diventando sempre più piccolo. La globalizzazione
era vicina. Lo si capì con l’eruzione del vulcano Krakatoa nel 1883
nell’isola di Java e Sumatra. Notizia appresa quasi in
simultanea in ogni parte del pianeta, attraverso gli impulsi elettrici del
telegrafo e i cavi sottomarini. Solo qualche anno prima, nel 1872, Jules
Verne si era cimentato nel Giro del mondo in 80 giorni. Annie ne
impiegò quindici, di mesi. Con una velocità di 8-10 miglia all’ora,
dagli Usa raggiunse l’Europa e l’Asia fino alla Cina e al Giappone.

L’idea del viaggio era nata in risposta a una scommessa
fatta tra due magnati dello zucchero: se avesse fatto il giro del mondo
in 15 mesi e guadagnato 5 mila dollari avrebbe vinto un premio di 10
mila dollari. I primi 100 euro Annie li guadagnò il giorno della partenza
grazie a un’azienda di acqua minerale, la Londonderry Water
Company. Da allora con il logo dipinto sulla schiena venne ribattezzata
Madamoiselle Londonderry. Per il resto, vendeva le sue foto autografate ai tanti
curiosi che l’aspettavano durante le soste e organizzava letture in cui
raccontava ciò che aveva visto lungo il percorso. Una perfetta
testimonial di se stessa che, miglia dopo miglia, si andava
trasformando nell’icona dell’emancipazione femminile. Anche
nell’abbigliamento. Era partita vestita con corsetti e gonne lunghe, ma
al primo terreno accidentato aveva optato per dei pantaloni turchi con
lo sbuffo, i bloomers, per poi passare a uno scandaloso abito da uomo.

Ad accompagnarla una serie di pregiudizi, a cominciare da quello per cui
pedalare stimolasse l’appetito sessuale

I giornali locali delle città che toccava nei migliori dei casi scrivevano
che era una commediante eche rappresentava una provocazione
al comune senso del pudore, e nei peggiori, che era troppo mascolina
per essere una donna: doveva essere un eunuco travestito.
Intanto il suo viaggio continuava non senza difficoltà.
Dopo tre mesi in direzione della California dovette fare
marcia indietro per non aver pianificato in anticipo il percorso. Decise
quindi di affrontare l’Europa. A New York s’imbarcò su una nave per Le
Havre, da cui raggiunse Parigi e poi Marsiglia dove, nel gennaio del
1895, fu accolta trionfalmente come un’eroina dei tempi moderni. Da lì
salpò con la sua bicicletta sulla Sidney, una nave postale che fece
tappa ad Alessandria d’Egitto, Gerusalemme, Colombo, Singapore, e
Vietnam. Le Courrier de Saigon, il 17 febbraio 1895, pubblicò un’ode al
coraggio e alla tenacia di questa piccola grande viaggiatrice. A ogni
tappa telegrafava alla stampa e ai circoli ciclistici. Costruiva così il suo
futuro di giornalista. L’incontro con le tigri del Bengala in India e la
prigionia nella guerra cino-giapponese rendevano più accattivanti i suoi
resoconti, ma il più delle volte erano frutto della sua fantasia. La verità
era che il tempo scarseggiava e che se Annie voleva vincere la
scommessa doveva approfittare del passaggio di qualche mezzo più
veloce che non la sua bicicletta. Cosa che fece per far ritorno negli
States, nel marzo del 1895, dalla città giapponese di Yokohama.

Preceduta dalla sua fama, pedalò da San Francisco attraverso Arizona,
New Mexico Texas e Colorado. Il 24 settembre 1895 fermò la sua
bicicletta Columbia davanti alla State House di Boston, da dove era
partita 15 mesi prima. Era già pronto per lei un posto da redattore al
New York World, nella capitale. I suoi scritti furono pubblicati nella
rubrica “The New Woman”. Nella Grande Mela nacque la quarta figlia e
con Max, il cui matrimonio sopravvisse fino alla morte di lui nel 1946,
avviarono con un certo successo un’azienda di abbigliamento. Annie
non inforcò più la bicicletta, ma i suoi racconti deliziarono la curiosità
di parenti e amici. Finché all’inizio del 1990 Peter Zheutlin, autore del
libro, salì in sella alla sua bici per misurarsi con i propri limiti e non
soccombere a un tumore alla tiroide, proprio come un secolo prima
fece quella ribelle pro-prozia che era come se continuasse
a dirgli: “Non c’è tempo da perdere. Prendi il controllo del tuo destino”.
Così su due ruote!

Originalmente pubblicato su Elle

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