#MeToo delle vite precarie. In prima persona

Dieci anni fa circa. Abitavo a Milano, facevo la giornalista come sempre (finora) e precaria come spesso. Con gli ultimi soldi sul conto avevo comprato il biglietto di andata e ritorno del treno per Roma per andare a trovare la mia famiglia. Almeno per il tempo di un weekend mi sarei tolta dalla testa il count down dell’affitto inesorabile, a fronte delle collaborazioni pagate in maniera assai meno inappuntabile. Il lunedì mattina prima di riprendere il treno ne avrei approfittato per andare a riscuotere i soldi di una collaborazione per una guida sui Comuni Italiani di un redivivo La Domenica del Corriere.

Al mattino sulla porta di casa mi accorgo che mia sorella aveva chiuso la porta d’ingresso con le chiavi che si era poi portata dietro nell’aula di un ospedale romano (praticamente come se fosse dispersa, irraggiungibile) in cui faceva formazione agli infermieri. In casa non c’erano doppioni e l’unico mazzo di chiavi utile lo aveva mio padre che abitava a 800 metri di distanza. Lo chiamo una prima volta e mi dice che è ancora a casa ma che sta andando di corsa al lavoro e non può darmi retta. Non so se rassegnarmi o arrabbiarmi. Il dubbio me lo toglie l’amica del cuore a cui confido i miei problemi piagnucolando al telefono:

se non riesco a evadere non solo non recupererò quei soldi che mi devono da mesi ma perderò anche il treno

e con esso la possibilità di fare un secondo biglietto. In tasca avevo la versione più economica, senza possibilità di cambio.“No, dai, devi dire a tuo padre di venire assolutamente ad aprirti la porta. Non può fregarsene così!”, aveva detto lei più accorata di me. Riprovai ma niet. Tentai allora con il custode urlando al citofono per farmi sentire dal gabbiotto. Sapevo che con mia sorella erano in buoni rapporti.
“Pietro, sono rimasta chiusa a casa, ti viene in mente una soluzione?”.
No, non gli veniva.
Mentre rifletto sulla mia condizione di precaria sfigata generalizzata (altro che lavoro, qui suppongo la questione abbia origini lontane!) sento suonare il citofono. Era Pietro che diceva:
“Corri, sbrigati, affacciati al terrazzo”.
Ma che cavolo ci sarà mai sul terrazzo. Mica mi posso buttare dal terzo piano.
Impietosito si era dato da fare. E aveva chiesto agli impiegati comunali che stavano potando i platani nella strada accanto di venirmi a prendere con il carrello elevatore. Non ci potevo credere. Qualcosa nella mia vita stava cambiando. La prima impresa era fatta. Adesso mi aspettava la seconda e la terza: sperare che passasse l’autobus in tempo per recarmi in quella redazione del centro e affrontare chi di dovere.

Ormai avevo il cosmo dalla mia

Entrai, chiesi del responsabile, mi dissero che non c’era, cominciai a bussare a tutte le porte del corridoio, finché il responsabile, basso e con i capelli bianchi, uscì prima sorpreso e poi minaccioso, brandendo l’indice a un centimetro dalla mia faccia additandomi come pazza.
“Adesso lo ripete ai Carabinieri”
dissi prendendo il telefono sulla scrivania della segretaria.
Li avrei chiamati, lo giuro. Uscì e per tre interminabili minuti (mancava poco alla partenza del treno) non accadde nulla. Dopo di che riapparve lanciandomi un assegno che planò per terra. Presi di corsa assegno, metro e treno, senza più ansia perché a quel punto avevo guadagnato 400 euro e l’autostima che mi sarebbe servita fino alla prossima avventura. Perché questa è stata solo la più plateale. Poi ci sono quelle subdole e sistematizzate.
Perché in fondo, ce la siamo cercata, o no?

 

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