#MeToo delle vite precarie

Leggo l’incoraggiante articolo (non siamo soli nello spazio!) di Chiara Galeazzi sulla newsletter Futura del Corriere della Sera. In “Voglio un #MeToo per le partite Iva” a un certo punto lei scrive: «Ora capivo i miei amici. Sì, i miei amici freelance che raccontavano storie sul tema nelle notti senza luna, attorno a un falò: 60 giorni diventavano 90, poi 120, e poi le aziende sparivano nel nulla, lasciando scritto sullo specchio «Benvenuto nel lavoro autonomo». Noi dipendenti li ascoltavamo proteggendoci dietro i nostri contratti, spaventati ma anche impietositi, pensando che, in fin dei conti, se l’erano cercata. Se avessero avuto un lavoro stabile queste cose non sarebbero successe. Molti continueranno a pensarla così finché non ci sarà un Movimento #MeToo delle Partite IVA». A parte ringraziarla per la posizione empatica (sarebbe bello che della precarietà parlassero anche i contrattualizzati, così come i maschi prendessero parte ai dibattiti sui femminicidi) mi ha anche fatto tornare in mente una storia, questa.

Dieci anni fa circa. Abitavo a Milano, facevo la giornalista come sempre (finora) e precaria come spesso. Con gli ultimi soldi sul conto avevo comprato il biglietto di andata e ritorno del treno per Roma per andare a trovare la mia famiglia. Almeno per il tempo di un weekend mi sarei tolta dalla testa il count down dell’affitto inesorabile, a fronte delle collaborazioni pagate in maniera assai meno inappuntabile. Il lunedì mattina prima di riprendere il treno ne avrei approfittato per andare a riscuotere i soldi di una collaborazione per una guida sui Comuni Italiani di un redivivo La Domenica del Corriere. Al mattino sulla porta di casa mi accorgo che mia sorella dimenticandosi della mia presenza aveva chiuso l’ingresso con le chiavi che si era poi portata dietro nell’aula di un ospedale romano (praticamente dispersa) in cui faceva formazione a degli infermieri. In casa non c’erano doppioni e l’unico mazzo utile era nelle mani di mio padre che abitava a 800 metri di distanza. Lo chiamo una prima volta e mi dice che è ancora a casa ma che sta andando di corsa al lavoro e non può darmi retta. Non so se rassegnarmi o arrabbiarmi. Il dubbio me lo toglie l’amica del cuore a cui confido i miei problemi piagnucolando al telefono: se non riesco a evadere non solo non recupererò quei soldi che mi devono da mesi ma perderò anche il treno e con esso la possibilità di fare un secondo biglietto. In tasca avevo il più economico, senza possibilità di cambio.“No, dai, devi dire a tuo padre di venire assolutamente ad aprirti la porta. Non può fregarsene così!”, aveva detto lei più accorata di me. Riprovai ma niet. Tentai allora con il custode urlando al citofono per farmi sentire dal gabbiotto. Sapevo che con mia sorella erano in buoni rapporti. “Pietro, sono rimasta chiusa a casa, ti viene in mente una soluzione?”. No, non gli veniva. Mentre buttata su una poltrona rifletto sulla mia condizione di precaria sfigata generalizzata (altro che lavoro, qui suppongo la questione abbia origini lontane!) sento suonare il citofono. Era Pietro che diceva: “Corri, sbrigati, affacciati al terrazzo”. Ma che cavolo ci sarà mai sul terrazzo! Mica mi posso buttare dal terzo piano. Impietosito si era dato da fare. E aveva chiesto agli impiegati comunali che stavano potando i platani nella strada accanto di venirmi a prendere con il carrello elevatore. Non ci potevo credere. Qualcosa nella mia vita stava cambiando. La prima impresa era fatta. Adesso mi aspettava la seconda e la terza: sperare che passasse l’autobus in tempo per recarmi in quella redazione del centro e affrontare chi di dovere. Ormai avevo il cosmo dalla mia. Entrai, chiesi del responsabile, mi dissero che non c’era, cominciai a bussare a tutte le porte del corridoio, finché il responsabile, basso e con i capelli bianchi, uscì prima sorpreso e poi minaccioso, brandendo l’indice a un centimetro dalla mia faccia additandomi come pazza. “Adesso lo ripete ai Carabinieri” dissi prendendo il telefono sulla scrivania della segretaria. Li avrei chiamati, lo giuro. Uscì e per tre interminabili minuti (mancava poco alla partenza del treno) non accadde nulla. Dopo di che riapparve lanciandomi un assegno che planò per terra. Presi di corsa assegno, metro e treno, ma con senza ansia perché a quel punto avevo guadagnato 400 euro e l’autostima che mi sarebbe servita fino alla prossima avventura. Perché questa è stata solo la più plateale. Poi ci sono quelle subdole e sistematizzate. Perché in fondo, ce la siamo cercata, o no?

 

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