Noi che paghiamo le colpe dei padri (brigatisti rossi)

Intervista a Claudia Pozzo

autrice del libro L’esilio dei figli
«Mio padre è un rifugiato politico. Già…“politico” è una parola che riempiva la bocca di tanti alcuni anni fa. Ora non è più tanto di moda. Ma allora, nei gloriosi anni Settanta, eccome se lo era, bastava dire «Sono un prigioniero politico» per rivestirsi di gloria: la gloria degli incompresi. Chiusi in galera, si consideravano degli intellettuali, teorizzavano la lotta armata e la spiegavano al mondo», inizia così L’esilio dei figli, Gremese editore, della scrittrice Claudia Pozzo che coetanea del protagonista maschile racconta l’incontro reale tra due solitudini: l’isolamento di Clara, figlia di una famiglia benestante sorda ai bisogni del cuore, e l’emarginazione di Pietro, costretto alla clandestinità dal padre scappato in Francia per sfuggire alle accuse di far parte dei fondatori delle Brigate Rosse.

Il suo romanzo alza il velo sul privato di un pezzo di storia: la latitanza di alcuni esponenti delle BR. Nella realtà come ha conosciuto Pietro, il protagonista?

Un incontro casuale. Frequentavo la quarta ginnasio in un liceo pubblico milanese, una rivoluzione per me che fin lì ero andata dalle Orsoline. Da Parigi dove già viveva con la famiglia Pietro venne a trovare un suo amico mio compagno di classe. Ricordo ci siamo piaciuti fin da subito. All’angolo della scuola mi lasciò il numero di telefono con l’invito ad andarlo a trovare. Ironia della sorte mia madre, per educarmi al meglio, ogni estate mi mandava in Francia a casa di una zitella a studiare il francese. Così l’estate successiva appena arrivata all’aeroporto di Parigi la prima cosa che feci fu chiamare Pietro.

Era molto più irresistibile dei suoi coetanei?

Di sicuro era più capace di cavarsela in ogni situazione e più attento al sociale, ma non aveva quella cultura solida di un ragazzo che va a scuola. La sua cultura era un impasto d’ideologia, vita vissuta, nozioni di filosofia e storia orecchiate in casa. Comunque sì, era molto più charmant degli altri 17enni che conoscevo.

Che cosa accadde in quell’estate parigina?

Iniziammo a frequentarci assiduamente complici una casa vuota (la madre di Pietro faceva spesso la spola con i vari covi del marito) e il mio unico obbligo di tornare saltuariamente a dormire dalla mia vecchietta. Pian piano tra noi nacque un rapporto intenso ma platonico. Nonostante il suo background lui era un ragazzo affidabile, intelligente e soprattutto sano. Dopo poco conobbi sia la madre sia il fratello più grande, Nanni, l’anima nera della famiglia. Non feci molto caso alla sua strafottenza anzi ne rimasi affascinata e a sorpresa ci mettemmo insieme.

Fu “Nanni” a svelarle l’identità del padre sospettato all’epoca di essere il burattinaio di molti atti terroristici tra cui il sequestro Moro?

Nessuno di loro parlava mai di quell’uomo misterioso e carismatico. Intuii da sola che ci fosse qualcosa di strano in famiglia osservando il continuo via vai di persone – il cui nome si è poi letto sui giornali – che transitava da casa di Nanni. Più avanti ho anche saputo che il padre, chiamato l’Entità nel film Piazza delle cinque lune (ritirato dal mercato quasi subito dopo l’uscita nel 2005) era accusato di essere il “cervello” di un’organizzazione terroristica internazionale controllata dalla Cia per evitare l’ascesa del partito comunista in Italia. Supposizioni forse, perché questo signore fu scagionato da ogni accusa perché il fatto non sussisteva. Nessuno, neanche la giustizia italiana, sa nel suo caso come è andata per davvero.

All’ombra di un padre tanto ingombrante com’era la vita dei figli?

Prima ancora della latitanza la vita interiore era qualcosa di sconcio in quelle realtà di estremisti politici. Il privato era visto come qualcosa d’inutile e dannoso mentre c’era l’assoluta necessità di dedicarsi alla rivoluzione. Era già abbastanza frequente nelle comuni degli anni ‘70 che i bambini venissero accuditi da una madre alla volta, ma nel caso dei genitori del “collettivo politico metropolitano” i figli rischiavano di saltare spesso la cena e di crescere abbandonati a se stessi.

Crescendo la clandestinità ha peggiorato le cose.

Anche alzarsi presto, prendere il metró per andare a scuola (il primo giorno di liceo il padre si era premurato di dire da lontano: “mi raccomando imparate il greco bene come me”) faceva parte di una commedia che i ragazzi erano chiamati a recitare. In qualsiasi momento infatti la madre avrebbe potuto ordinargli di raccattare scarpe e magliette per spostarsi dove il marito le aveva indicato per telefono. Non hanno mai terminato le superiori. Con questi presupposti anche trovare un lavoro è stata un’impresa. Pietro si è arrabattato con piccoli lavori, tra cui l’attore, e Nanni nonostante abitasse in un appartamento che in pochi potevano permettersi, non ha mai lavorato. Non essendo ricchi di famiglia sono quasi sicura che fossero supportati da una rete di protezione che all’occorrenza forniva soldi, sistemazioni logistiche e documenti falsi.

Di amici neanche a parlarne?

L’impossibilità di mantenere legami affettivi faceva vivere soprattutto Pietro in una sensazione di perenne precarietà. «Frequentavamo – dice lui nel libro – gente da dimenticare, cancellavamo nomi di vie, numeri di telefono, a volte persino il ricordo dei vecchi amici. Eppure guardarsi alle spalle e parlare in codice al telefono non era eccitante e neppure avventuroso. Più che spaventosi (perché questo cercavano di fare: spaventare la gente), eravamo un po’ noiosi».

«Pistole e spranghe erano diventate per noi, assurdamente, oggetti familiari quanto gli ombrelli». C’era in questi ragazzi un segno della violenza respirata in famiglia?

Io non ho mai visto armi né spranghe, ma immagino che ne girassero. Da un punto di vista del carattere Nanni, affascinato dalla figura paterna, aveva un modo di fare molto più aggressivo. Era una persona rigida e insicura che cercava di farsi valere attraverso un presunto senso di superiorità dovuto al fatto che vivendo ai margini della legge potesse farla franca sempre e comunque. Pietro invece era molto critico e addolorato per il tipo di vita che gli era toccata in sorte.

Che verità dei fatti sanno i figli di questo uomo?

Ogni padre può raccontare la sua verità e ciascun figlio può fingere di crederci o meno. Sono sicura che sanno tante cose che noi non sappiamo e anche che giustificano molte iniziative del padre. Ognuno di noi lo fa per non farsi troppo male. E in ogni caso qui si sta parlando di mandanti, non di esecutori di azioni terroristiche. Quindi la giustificazione dietro la quale si possono nascondere Pietro e Nanni è ancora più grande: la strategia della tensione – si potrebbe dire – era solo un’idea!

 

 

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