Storia di Piera (degli Esposti) sul palco e nella vita

Ancella di Maria Callas nella Medea di Pierpaolo Pasolini («”Mi piace la tua faccia perché non hai un volto d’attrice”, mi disse e io me la presi»), madre di Nanni Moretti in Sogni d’oro, segretaria di Giulio Andreotti nel Divo di Paolo Sorrentino («Io e Servillo ci guardavamo trasfigurati: “Siamo davvero entrati nella Democrazia Cristiana?”»), generosa governante massacrata dagli eventi ne La Sconosciuta di Giuseppe Tornatore («Non m’importava imbruttirmi, avevo l’obiettivo di far parlare il mio talento»), zia cinica in L’ora di religione di Marco Bellocchio, avvocata divorzista autoritaria e sempre pronta a ridicolizzare gli altri in Tutti pazzi per amore. A settanta anni, nel 2007, è stata l’attrice più presente sugli schermi della Festa del Cinema di Roma. A ottanta è ancora in scena.

Hai raccontano la tua vita nel libro Storia di Piera scritto con Dacia Maraini nel 1980, poi diventato un film. Che cosa ti ha spinto a condividere la tua storia “scandalosa”?

Il libro racconta di una madre bipolare, divisa fra sonno invernale e scorribande erotiche estive in cui coinvolgeva anche la figlia adolescente, Piera.
Volevo vendicare mia madre che per i suoi comportamenti è stata naturalmente molto criticata e condannata a scontare i suoi peccati con gli elettroshock. In quelle pagine ho voluto raccontare che regalo è stato per me il suo modo di vivere. Mi ha insegnato l’amore per gli altri, a godere della vita come se ogni giornata contenesse una sorpresa. Mi ha anche insegnato un grande senso di avventura, nonostante le mie paure che scappasse di notte. Le davo i sonniferi che mi avevano raccomandato i dottori, perché temevo cadesse. Per starle dietro non ho proseguito la scuola, ma non l’ho mai vissuta come una mancanza, anzi. Mi sentivo il suo pilastro. Anche perché mio padre fu trasferito dal partito (comunista) in Veneto per condotta scandalosa della moglie. Con lei rimasi io, capofamiglia quattordicenne, e mio fratello un bambino di dieci anni. Mia sorella Carla frequentava già la scuola del Cremlino, selezionata da Togliatti in persona. Entrambi i miei genitori sono stati molto contenti che facessi l’attrice. Mi consideravano una persona un po’ speciale. Mia madre mi diceva: «Chi ti conosce non ti dimentica», e questo mi ha dato una grande forza crescendo. La mia forza è stata avere due genitori così, nonostante fossero dilaniati dai problemi.

Niente da rimproverarle?
Certo, errori ne ha commessi. Considerandomi un’amica, persino una compagna di avventure amorose, non una figlia. Non ha tenuto conto della mia fragilità di adolescente (provavo rabbia, vergogna), per non parlare delle sofferenze procurate a mio padre, innamorato di lei. Ciò nonostante ha fatto il suo dovere di madre. Perché se, a dispetto dei traumi, continuo a sentire l’urgenza di conquistare un pezzetto di felicità tutti i giorni, ecco questo è la prova della sua generosità. Non avrei mai scritto di lei se non fosse stata d’accordo.

Glielo hai domandato?

Glielo chiesi in estate, nel suo periodo di esaltazione, e disse: «Va benissimo, io sono una madre astratta». Intendeva dire fuori dai canoni. E noi con Dacia procedemmo, finché quando il libro uscì – a quel punto era inverno – mia madre rimase spiazzata davanti alle infermiere della clinica psichiatrica dov’era ricoverata che le dicevano: «Ammazza, sei stata una bella gaglioffa!». Non capiva a cosa alludessero.

Mai avuto paura del giudizio altrui?

Mia madre potevo giudicarla io, non gli altri. Quanto a me fare l’attrice “abitando” sempre personaggi diversi da me stessa è stato un modo per esorcizzare questa paura. Il pubblico ti giudica, è vero, ma non per quello che sei intimamente.

A 70 anni sei diventata buddista. Cambiamenti?

Uno dei più grandi riguarda la pigrizia. Adesso quando mi viene una lieve depressione mi sforzo di agire. Chiamo le persone che penso stiano soffrendo, sto vicino a chi è in difficoltà. Come se l’azione sorprendente fosse uno dei miei miracoli quotidiani. La cosa più impressionante nel buddismo è il cambiamento della persona. Non è che sia diventata questa meraviglia, però da un carattere brontolone sono diventata capace di vedere il bicchiere mezzo pieno. Non sempre mi dedico all’insegnamento buddista nello stesso modo: ci sono momenti che non posso andare alle riunioni, momenti che ho meno fiato (per recitare nam myoho renge kyo), in cui mi dico «non importa, vai anche solo a salutare». Va bene. Quello che non va bene è la paura. E sulla paura, diciamo, non ho ancora accettato il fatto di essere mortale, perché ho sempre pensato che la morte si prende uno spazio che non le compete. Vale a dire, la vita è corta, è densa, è felice, è quello che è, ma non è tanto lunga. Invece la morte ha l’eternità a disposizione.

Scegliere il proprio karma appropriato secondo il buddismo di Nichiren Daishonin significa affrontare una sfida e vincere per incoraggiare altre persone in una battaglia simile. Da aspirante attrice bocciata all’Accademia d’Arte Drammatica che cosa consiglieresti ai più giovani e al loro desiderio di realizzazione?

Gli direi che se vogliono riuscire in qualcosa devono fare gli allenamenti. Io credo all’ossessione di una passione. Bisogna avere un pensiero fisso su ciò che si desidera, sia un record sportivo o una carriera artistica. Quando si vuol realizzare qualcosa non c’è tutto questo tempo, perché bisogna tener conto che nella vita ci sono anche gli avversari. All’inizio per dieci anni come attrice non mi ha scelto nessuno. Ma non ho mai mollato perché pensavo di avere talento. Nonostante i problemi familiari tutti i giorni facevo qualcosa per estrarre queste mie capacità da me stessa. Ho creduto a questo mio talento e di conseguenza mi sono battuta contro tutte le critiche. I premi degli ultimi tempi premiano la mia grande ossessione.

originalmente pubblicato su Buddismo&Società

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