India. Varanasi, capitale della vita e della morte

Varanasi in fotogrammi

L’India è un posto tranquillo» (con la mia amica Wilma atterriamo in una Delhi blindata per le manifestazioni contro la violenza di gruppo ai danni di una 23enne). «Lì il caldo è insopportabile» (a gennaio la temperatura è come a Napoli e nelle case non c’è riscaldamento né acqua calda). «Non si può risparmiare più di tanto sugli alloggi» (airbnb è arrivato anche qui, anche se gli annunci sono solo di uomini). Sentivo, e in verità speravo, che iniziare il nostro passaggio in India da Varanasi, l’antica Benares o Kashi, avrebbe capovolto molti degli stereotipi raccontati sul continente indiano. Così è stato. L’effetto sorpresa fa di Varanasi la capitale del mistero e del fascino indiano. La città sacra degli indù pur non vantando monumenti illustri, è meta ogni giorno di migliaia di pellegrini. È il più grande luogo di cremazione dell’India e ciò nonostante la morte non è vissuta come qualcosa di tragico o doloroso. È una città, nello stato dell’Uttar Pradesh a nord, da più di un milione di abitanti in cui volendo si può fare a meno dei tuc tuc per giorni. È sporca, poiché i rifiuti si buttano in strada e si raccolgono solo all’alba del giorno dopo, e spirituale. «Ci sono molti livelli per conoscere la città più anticamente abitata del Pianeta, da quello turistico al mistico», ci accoglie dicendo Stefano De Santis, proprietario di Kautilya Society la guest house dell’omonima organizzazione no profit che promuove il dialogo e l’integrazione fra culture diverse. E tra differenti forme di vita, vien da pensare, leggendo il cartello appeso in bacheca in cui si avvisa che gli ospiti di questa tipica residenza con vista sul Gange sono tutti una sola famiglia, regni, topi e scarafaggi compresi. Arrivato adolescente 30 anni fa da Roma come volontario delle suore di Madre Teresa di Calcutta Stefano ha conosciuto sua moglie Vhrinda all’università di Delhi. Lui voleva lasciarsi alle spalle l’indifferenza dell’occidente, lei l’anacronismo dell’oriente: incontrarsi ha coinciso con la loro trasformazione. Oggi lavorano nella cooperazione internazionale e hanno tre figli dagli 11 ai 30 anni, tutti più o meno residenti a Varanasi. Nel luogo che i turisti occidentali indicano come l’India dura e pura cui dedicare pochi giorni di permanenza. Troppo faticosa, troppo estraniante. E questo è il suo bello. Varanasi è la città più originale del Paese: la vita di tutti i giorni, dall’alba al tramonto, si svolge sui suoi ghat, i gradini che scendono fin dentro al fiume Gange. Gli uomini si dedicano alle abluzioni rimanendo spesso meno che in mutande, le donne vestitissime lavano chilometrici sari e li stendono ad asciugare al sole, i bambini giocano allo sport nazionale, il cricket, chiedono soldi e con gesti secchi e ripetuti fanno volare gli aquiloni i cui fili di nylon ti si attorcigliano alle caviglie quando passeggi sui circa tre chilometri pedonali di lungo fiume.

La morte è una liberazione
Per le preghiere serali l’appuntamento è al ghat Dasaswamedh (i nomi dei ghat sono scritti sui palazzi che vi si affacciano) dove su sottofondo di canti trasmessi dagli altoparlanti, i brahmini danzano tenendo in mano delle sculture di luce. Ognuno dei presenti può comprare una candelina a simbolo dei propri desideri da far galleggiare sul Gange che qui viene declinato al femminile, “Ganga” o “madre Ganga”. Più la corrente del fiume porta lontano queste preghiere e più possibilità avranno di avverarsi. Proseguendo verso nord, verso il ponte inglese per intenderci, s’incontra il Manikarnika Ghat l’unico punto della riva occidentale (quella orientale non è sacra, e per questo è desertica) dove il buio non esiste, rischiarato dal fuoco eterno delle cremazioni che bruciano ininterrottamente. Sulla sabbia ci sono pire di legna accese con quel che resta dei cadaveri cremati ricoperti da drappi bianchi, oltre ai corpi dei defunti adagiati su barelle di bambù in attesa del loro turno. Tutt’intorno i parenti maschi assistono pazienti, mentre le donne almeno in quest’ultima fase sono tenute lontane: potrebbero commuoversi. Un segno di rispetto – non ho capito – se nei confronti del morto, di chi è più sofferente o della situazione molto composta. Perchè morire a Banaras secondo la religione induista garantisce il massimo beneficio, quello di venir accompagnati dal dio Shiva verso la moksha (l’unione con il divino) riuscendo a liberarsi una volta per tutte dal ciclo di nascita e rinascita, fonte di sofferenza. Da qui è impossibile andare all’inferno così come rinascere. Ecco il motivo per cui migliaia di persone da Jaipur o Chennai vengono a finire i loro giorni su questa riva, appena in tempo per essere cremati (70 mila corpi l’anno) e far disperdere le proprie ceneri in queste acque placide sotto gli occhi dei passanti. La cosa incredibile è che chiunque può assistere, pregare, ma anche fare tutt’altro. È vietato solo scattare foto. Con il viso accaldato, schivando un cane che gironzolava tra le cataste di legno ho approfittato anch’io di questo rituale liberatorio: fissando il viso di una donna di mezza età, il corpo interamente ricoperto di fiori, ho celebrato un personale saluto a mia mamma morta qualche anno fa in una fredda stanza di ospedale. Tra il fuoco e l’acqua, tra la speranza di non tornare a soffrire e l’abbraccio di Shiva, divinità simbolo dell’energia creativa.

Il bagno purificatore nel Gange
Coreani con la mascherina a proteggersi da chissà cosa, israeliani in vacanza dal servizio militare, spagnoli capaci di spendere in un anno quel che in patria guadagnano in un mese. Nessuno dei turisti che passa la giornata sui caratteristici ghat, si sognerebbe mai di fare il bagno nel Gange. Come invece fanno le migliaia d’indiani che ogni giorno si accalcano sulle barche che navigano lente sul fiume. Il bagno nel fiume sacro ha un effetto miracoloso, quello di purificare tutti i peccati. La procedura non è immediata: prima di entrare in uno dei fiumi più inquinati al mondo bisogna recarsi in un tempio (in città ce ne sono 1500) e scegliere un brahmino che s’impegni, a fronte di un contributo economico, a ripulire il karma negativo. Decise a migliorare la nostra vita anch’io e Wilma ci siamo messe in fila. Il nostro prete non ha molto di spirituale, a parte l’abbigliamento: una coperta di lana cotta sulle spalle. Per 700 rupie (10 euro) agita sulle nostre spalle una specie di mattarello di corda intrecciata, recita dei mantra sottovoce e a conferma dell’avvenuta purificazione ci lega al polso un braccialetto colorato. Dopo non resta che attraversare gli stretti vicoli della città vecchia (che di notte fanno da amplificatore all’abbaiare dei cani randagi), fare la gimkana tra moto trifamiliari, risciò a pedali, scimmie e barelle e arrivare in riva al Gange per l’immersione, testa compresa. Io non ne ho nessuna intenzione, soprattutto per il clima non proprio estivo. Wilma invece culla quest’opportunità fino alla vigilia della partenza. Quando finalmente decide si accorge che il volo di ritorno per Delhi è fissato per le otto di mattina del giorno dopo. Decisa a lasciar andare i blocchi del passato è quindi costretta a svegliarsi alle 5 e a incamminarsi al buio (di notte non c’è illuminazione) verso il ghat più vicino alla pensione. Un signore indiano la tiene gentilmente per mano per via del fondo scivoloso. Quando mi racconta la sua avventura non mi trattengo dal sorridere, al pensiero di quando tre giorni prima, guardando per aria, aveva pestato la cacca di una vacca (sacra come il fiume). Si era quindi lavata la suola nel fiume mentre una vecchietta la additava per oltraggio alla religione altrui. Per fortuna il bagno non ha avuto controindicazioni per la salute della mia amica. C’è chi dice che l’enorme tasso di argilla in esso contenuto renda il Gange inoffensivo. Secondo me è poco efficace anche nel caso della trasformazione del karma. Magari bastasse un tuffo.

 

originariamente pubblicato su Yoga Journal, maggio 2013

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