Weekend in Via del Campo (nomadi)

La prima volta che sono entrata da sola nel campo nomadi di Via di Salone alla periferia est di Roma, uno dei più grandi d’Europa, era mezzanotte passata. Avevo conosciuto da poco Nedzad, il mio ragazzo, e volevo fargli una sorpresa di ritorno da una serata tra amici. Mentre in auto gli parlavo al telefono, senza specificare dove fossi, ho raggiunto il campo rom dove vive ormai da otto anni. “Puoi affacciarti? – gli ho chiesto. Non vorrei bussare al container sbagliato”. Tutto questo succedeva due anni fa e, nonostante l’assenza del servizio di custodia e le 32 telecamere tutte rotte, non ho avuto paura. Avevo conosciuto Nedzad, che in tanti chiamano Pio per la sua passione di bambino per i pulcini, perché sono appassionata di musica tradizionale. Cercavo qualcuno che m’insegnasse il romanì, la lingua dei rom, per tradurre i testi di alcune canzoni del mio repertorio di cantante. Me lo fece conoscere un’attivista rom che avevo contattato per l’occasione e che al primo appuntamento si presentò con un amico, lui. All’inizio l’ho odiato perché era sospettosissimo. Intorno al tavolino di un bar della Stazione Termini mi fece il terzo grado perché voleva esser sicuro che fossi davvero interessata solo alla musica. Fatto sta che lezione dopo lezione siamo diventati amici, e dopo due anni ci siamo messi insieme.

Nel frattempo, prima della sorpresa notturna, ho cercato di conoscere meglio il mondo di Nedzad, nato a Roma da una famiglia khorakhanè di origine bosniaca. Un giorno portai al campo dei vestiti che non usavo più per le sue sorelle. Così prima ancora di conoscere la sua famiglia per tutti ero diventata “la ragazza dei panni”. Quando poi ho conosciuto i suoi genitori l’accoglienza è stata da subito affettuosa. Cosa non scontata perché la relazione con una gagè, una persona non rom nella loro lingua, può comportare difficoltà e diffidenze. All’inizio, quando abitavano ancora tutti insieme (Nedzad ha nove fratelli) mi è capitato di fermarmi a dormire, sentendomi comunque a mio agio. Anche se nel campo i container distano due metri uno all’altro e, più delle voci dei vicini, è la musica che alcuni di loro mettono a tutto volume che rimbomba tutto il giorno in testa. Si parla tanto d’integrazione tra culture ma le nostre realtà sono ancora troppo lontane. Per esempio non aiuta il divieto dei rom di ospitare amici o fidanzate nei campi attrezzati (ci sono anche quelli abusivi). Io stessa non potrei fermarmi la notte. L’ho capito quella volta che di mattina presto i vigili hanno bussato alla nostra porta. Il mio ragazzo è uscito subito mostrando i documenti mentre io mi sono affacciata tutt’assonnata. Vedendomi comparire le forze dell’ordine hanno chiuso un occhio, per poi specificare “che non accada mai più!”. Il problema è che

raggiungere il campo di Salone senza auto è un’impresa, tra metro, treno, autobus e tre chilometri a piedi dalla fermata più vicina

È lontano da tutto: la prima farmacia dista più di quattro chilometri, il negozio di alimentari oltre tre. L’ingresso è disseminato di cumuli d’immondizia perché non viene prelevata, e perché c’è chi la sparpaglia in segno di protesta. C’è un odore irrespirabile anche per via dei fumi tossici che si sprigionano quando al margine del campo vengono bruciati rifiuti di ogni genere. Le fognature ci sono, ma spesso straripano e i topi sono una presenza fissa tra i container. Quando sto lì mi manca l’aria. È proprio l’energia che si respira che spegne ogni iniziativa. Senti che non hai speranza di cambiare vita, perché le possibilità per loro sono veramente poche. Per chi ci abita i campi sono veri e propri ghetti in grado di produrre, come in un circolo vizioso, spaesamento, povertà e ulteriore criminalità. Perché non è vero – sfatiamo un pregiudizio – che rom e sinti siano nomadi per cultura o stile di vita. Nel nostro paese solo il 3 per cento di loro è nomade e sono i cosiddetti “camminanti”. Non lo dico io, ma la Commissione Diritti Umani del Senato. Tutti gli altri sono persone (cittadini italiani per più del 50 per cento) nate e cresciute in Italia, che non si sono mai spostate dalle città in cui vivono. Come il mio ragazzo che è nato al Casilino 900, uno degli insediamenti spontanei più grandi di Roma, sgomberato nel 2010 dal sindaco Alemanno. Suo nonno per esempio prima di arrivare in Italia per cercare più lavoro viveva in una fattoria a Mostar nell’ex Jugoslavia. Nedzad da bambino ha frequentato la parrocchia e la scuola nel vicino quartiere di Centocelle, e ogni tanto i compagni andavano a fare i compiti con lui al campo. Da adulto poi ha fatto vari lavori tra cui il promoter per una compagnia telefonica. L’ha potuto fare perché sui suoi documenti alla voce “nazionalità” c’è scritto Bosnia-Erzegovina. Altrimenti quando capiscono che sei rom il lavoro il più delle volte lo perdi o non lo ottieni proprio. Il problema vero è che lui è un apolide di fatto, cioè al momento non ha nessuna cittadinanza. Avrebbe potuto richiedere quelle italiana dai 18 ai 20 anni. Ma non lo sapeva e il tempo è ormai scaduto. Senza la cittadinanza non si è potuto iscrivere al liceo come avrebbe voluto e non può neanche sposarsi. E per una famiglia rom è strano che un ragazzo di 26 anni non lo sia già con figli. Anche se per me c’è ancora tempo. Non solo, non può neanche uscire dall’Italia, o andare in Sardegna in aereo. Lo scorso anno per la prima volta abbiamo fatto una vacanza insieme in Salento con un’altra coppia mista, lui rom, lei gagè. Era la prima della sua vita fuori da un campo. Evviva la normalità. In quest’ottica al momento i miei sforzi sono tutti nella direzione di trovare un lavoro che ci permetta di prendere in affitto una casa, prima da sola per fare un’esperienza d’autonomia, e poi insieme. Sto ancora studiando Lingue Orientali e ho tre lavori precari, mentre Nedzad lavora con l’Associazione 21 luglio, un’ong impegnata nella tutela dei diritti di rom e sinti. Fa l’assistente al corso di break dance che da quest’anno coinvolge una sessantina di bambini rom, cinesi, indiani e italiani che abitano nel limitrofo quartiere di Tor Bella Monaca, problematica periferia romana. Ma quando vedi questi bambini ballare capisci cosa significa la parola integrazione!

originalmente pubblicato sul n. F (6 settembre 2017)

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *