(Un)orthodox yoga

foto di Neal Badachew

Rachel porta gonnellone lunghe e capelli rigorosamente coperti da una parrucca o un fazzoletto. Avraham invece kippah, barba e boccoli ai lati del viso o payot. Da dieci anni i coniugi Kolberg insegnano ai vicini di quartiere della comunità di ebrei ultraortodossi di cui fanno parte le asana dello Iyengar yoga (il maestro indiano BKS Iyengar, deceduto nel 2015, ha contribuito a diffondere lo yoga in Occidente). «Abbiamo iniziato in una piccola stanza al secondo piano di casa nostra. Capienza, cinque persone in tutto», racconta Rachael, 42 anni, nata in Russia con il nome di Yula, cresciuta a Cuba dove suo padre era un traduttore di Fidel Castro e arrivata in Israele 17enne, nel 1990. «Poi abbiamo spostato una parete e ampliato lo studio fino a ospitare dodici studenti per classe. Ringraziando Dio ora stiamo costruendo un grande centro chiamato Karna Kriya dove si potranno seguire le lezioni di yoga e i corsi di formazione per insegnanti, far giocare i bambini e usufruire di trattamenti di medicina alternativa». Un’accogliente costruzione in legno di pino chiaro con ampie vetrate sulle colline della Giudea, («dove Davide ha combattuto Golia») che separano per 30 chilometri Gerusalemme da Beit Shemesh. La cittadina di oltre 70 mila abitanti dove la coppia vive con i loro sei figli, uno dei quali insegna yoga agli adolescenti.

All’inizio per partecipare a una loro lezione (in classi rigorosamente separate per uomini e donne e senza togliersi i pesanti abiti della tradizione) bisognava chiedere e ottenere l’autorizzazione di un rabbino. Tutt’altro che scontata. Per capire infatti l’eccezionalità dell’impresa dei Kolberg, osservanti della setta chassidica Breslav, bisogna conoscere il contesto, in cui come racconta Rachel «gli uomini lavorano sodo e passano molte ore a studiare i testi sacri o Torah, le donne danno il loro meglio per crescere famiglie numerose e i bambini crescono senza tv, smartphone, videogiochi o aggeggi vari che inquinano il cervello».

Un quartiere, quello di Ramat Beit Shemesh, in cui uomini e donne viaggiano in autobus separati, e sui muri ci sono scritte del tipo “se vuoi state qui devi indossare un abbigliamento modesto”.

Un posto dove il cellulare di sabato, giorno dedicato al Signore e al ritiro dalle attività quotidiane, si paga due dollari e 50 al minuto rispetto ai 2 centesimi verso altri telefoni kosher nel resto della settimana. A sintetizzare l’utilizzo della tecnologia nel rispetto dell’integrità religiosa. Gli ebrei ultraortodossi chiamati anche haredim (in ebraico “coloro che tremano davanti alla parola di Dio”) rappresentano la corrente integralista che vorrebbe che tutti gli israeliani seguissero le leggi delle Scritture emanate da Mosè sul monte Sinai nell’anno 2448 del calendario ebraico. Di fatto non partecipano ai censimenti, sono esentati dal prestare il servizio militare, obbligatorio per gli altri giovani israeliani. Sono oltre un milione su una popolazione di sette milioni di abitanti, hanno una media di circa 6-7 figli a famiglia e più del 50 per cento di loro, preferendo gli uomini concentrarsi sugli studi religiosi, vive di sussidi e al di sotto della soglia di povertà. Non stupisce quindi che, nonostante i Kolberg rispettino i dettami religiosi della loro comunità, «inizialmente i vicini ci guardassero come marziani», come racconta lei. «C’è stato anche chi mi ha incolpato di insegnare a fine lezione cose proibite alle ragazze. E in un caso un’allieva ha dovuto interrompere il corso, pena l’esclusione dalla scuola superiore che stava frequentando. Ma come dice il proverbio: è nella natura delle persone giudicare un libro dalla copertina». Del resto lo yoga, con le sue connessioni all’Induismo, per la gente del posto era (e per certi versi lo è ancora) considerato tabù, una sorta di idolatria, ossia significa venerare divinità diverse dal Dio d’Israele. «Poco per volta – raccontano i Kolberg – lo scetticismo ha lasciato spazio alla gratitudine per l’aiuto che offriamo a chi si rivolge a noi». Per convincere la popolazione chassidica che la posizione dell’“aratro” non avrebbe interferito con la religione ebraica è bastato aspettare.

«Alcune mie allieve ultraortodosse, non avrebbero mai immaginato di praticare lo yoga, almeno fino a quando non hanno avuto dei dolori che non sapevano come curare altrimenti», spiega Rachel. «Una di loro per esempio, madre di sei figli, dopo aver frequentato i corsi di yoga prenatale per le ultime due gravidanze ha sintetizzato: “mi avete dato una ragione valida per continuare a festeggiare la gravidanza”». Gentili e attentissimi alle posizioni perfettamente allineate nello spazio dei loro studenti, moglie e marito al momento contano cento allievi di tutte le età. Tra loro bambini e anziani, come un settantenne sulla sedia a rotelle, che durante l’ultima festa religiosa dello Yom Kippur hanno visto arrivare al tempio sui propri piedi. Un mezzo miracolo che la dice lunga sul senso di missione di questi due insegnanti certificati Iyengar, che dopo aver imparato la tecnica in India sono tornati a casa.

Tutto è cominciato quando Rachel ventenne arrivò con la famiglia in Israele e da brava ginnasta russa cominciò a cercare qualcosa con cui mettersi alla prova. Sperimentò lo yoga, se ne appassionò fino a coinvolgere anche Avrham, il futuro marito conosciuto in un bar di Tel Aviv. Lui aveva già sperimentato con soddisfazione la meditazione orientale, spinto da un commilitone durante il servizio militare. «Avevamo frequentato entrambi il Beit Berl School of Arts, – ricorda Rachel – lui come fotografo, io come pittrice e all’epoca non eravamo religiosi, anche se la tv non l’abbiamo mai avuta. Solo mio marito, specializzato in cinematografia, di tanto in tanto si concede un buon film. Appena sposati e con il nostro primo figlio di due anni e mezzo abbiamo raggiunto in India una coppia d’insegnanti yoga che avevamo conosciuto in un workshop vicino casa, e a cui avremmo fatto da assistenti». I Kolberg vanno quindi ad approfondire l’unione di mente, corpo e spirito a Dehradun, la capitale dello stato dell’Uttarakhand vicino all’Himalaya. «Non eravamo backpacker classici, saccopelisti diretti a Goa. Tutt’altro». Seguono un training di qualche mese, con sveglia all’alba e molte ore di pratica, dove per entrare in contatto con la propria spiritualità gli si richiede uno stile di vita morigerato, a cominciare da vestiti comodi non troppo attillati e pochi contatti con l’altro sesso. Una forma di disciplina molto simile allo stile di vita di una coppia di amici chassidici con cui quell’anno passarono la Pesah (la Pasqua ebraica) nella vicina città indiana di Rishikesh. E che diventerà il loro modus vivendi al loro ritorno in Israele. Non più a Tel Aviv, che dopo la tranquillità di Dehradun gli dev’esser sembrata un caos invivibile, bensì nella più tranquilla e religiosissima Beit Shemesh. Pian piano cominciarono a festeggiare lo shabbath e a frequentare una scuola di testi sacri ebraici. Il rabbino del quartiere, però “consigliò” a Rachel, incinta del secondo figlio, di non lavorare e di dedicarsi solo ai figli. Cosa che ha fatto per due anni fino a quando come lei racconta:

«sono quasi impazzita: sola, con quattro figli a casa e senza lo yoga»

Da allora affianca Avraham nell’insegnamento, rigorosamente diviso per genere, lavorando spesso con corde in sospensione, a testa in giù, o con l’aiuto di pesi, cinture e mattoncini, tipici strumenti del metodo Iyengar. A lezione i Kolberg evitano di intonare mantra in sanscrito («quando usiamo termini in questa lingua è per evitare di ripetere lo stesso concetto in inglese o ebraico) o fare meditazione orientale («anche se alcune asana sono una forma di meditazione»). Ma a parte qualche accortezza sono convinti, come ha specificato Avraham al quotidiano israeliano Haaretz che «la filosofia dello yoga è davvero universale. Quando Patanjali, padre dello yoga moderno, dice di credere in Dio non dice in quale». «Lo yoga è un modo di adorare Dio. E non c’è possibilità di fare un lavoro spirituale se non attraverso la conoscenza del proprio corpo». La strada è lunga, se è vero che come racconta, gli uomini ultraortodossi «non conoscono i nomi di alcune parti del loro corpo. Vengono in classe in abiti tradizionali (insistono per tenere i loro tzitzis, una canottiera con le frange), e non sanno come muoversi nello spazio». Ma Rachel e Avraham non disperano: «yoga e preghiera – dicono – sono le armi per vincere l’unica guerra che riteniamo accettabile, quella che ogni persona può fare per andare oltre i propri limiti».

 Pubblicato su Yoga Journal

Yoga kosher

I Kolberg non sono i soli a conciliare i benefici psicofisici dello yoga con l’ebraismo, anche se la loro storia (e soprattutto le immagini dei loro studenti a testa in giù nei lunghi soprabiti neri) ha richiamato l’attenzione dei media internazionali. Da più di 20 anni infatti esistono scuole di yoga per ebrei osservanti in Gran Bretagna, Australia, Canada e Usa, dove c’è anche un centro per insegnanti kosher. A Melbourne poi il rabbino e psicologo Wolf Laibl ha creato il Mind Yoga, in cui la mistica kabbalistica si mischia con la spiritualità yogica. Perché la dimensione meditativa della preghiera ebraica è sempre esistita come conferma il rabbino newyorkese Aryeh Kaplan che sull’argomento ha scritto anche un libro tradotto in italiano La meditazione ebraica (Giuntina).
 

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